La conferma della morte del
leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei in un attacco militare degli
Stati Uniti e di Israele ha scatenato reazioni contrastanti all’interno
dell’Iran. Da un lato, gruppi di cittadini hanno preso parte a manifestazioni
di lutto, condannando l’azione straniera e accusando apertamente Washington e
Gerusalemme dell’escalation in corso. Dall’altro, in centri urbani e
universitari si registrano vere e proprie feste di segno opposto con slogan
contro il regime, eredità delle ondate di dissenso che agitano il paese
dall’inizio delle grandi proteste di massa del 2025-26. Di gran lunga
superiori.
La situazione interna ricorda,
per dinamiche di fedeltà e opposizione, ciò che per anni abbiamo visto in
Venezuela sotto Chávez e Maduro: una base di sostenitori del potere radicata in
strati sociali meno istruiti o beneficiari dei sussidi statali, e
un’opposizione formata soprattutto da ceti urbani, giovani e intellettuali
critici verso l’autocrazia. Anche l’Iran
ha i suoi “enchufados”, così venivano definiti i protetti del regime
venezuelano: persone inserite in posizioni di potere o di rendita grazie alla
loro vicinanza politica e ai favori concessi dal regime chavista, oppure
individui che venivano in qualche modo comprati in cambio di un chilo di
fagioli, un pacchetto di farina e uno di riso di scarsissima qualità.
In Iran, però, il quadro resta
complesso e drammatico: le proteste anti-regime degli ultimi mesi sono state
duramente represse, con migliaia di morti e arresti documentati, e le autorità
hanno imposto blackout delle comunicazioni per ostacolare il flusso di
informazioni.
Questa polarizzazione riflette
più ampiamente la profonda frattura sociale tra la minoranza che continua a
sostenere il regime teocratico e chi assapora un cambiamento verso una società
più libera e democratica. Nonostante le differenze storiche e culturali, la
similitudine con il Venezuela evidenzia un fenomeno ricorrente nelle
autocrazie: la tenuta di nuclei di fedelissimi che resistono anche di fronte
alla crescente insoddisfazione popolare.
In Iran, la stragrande
maggioranza — quella che oggi festeggia nelle strade di Teheran — è invece
caratterizzata da un elevato livello di istruzione, sia femminile sia maschile.
È la parte della popolazione che desidera una vita libera, democratica e
giusta. Ahimè, è proprio questo che certi “opinionisti” non considerano quando
determinati Paesi vengono liberati da nazioni che loro disprezzano. Ogni Paese
ha diritto alla propria libertà: Venezuela, Iran, Cuba e così via. Avanti il
prossimo!

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