6/29/17

Venezuela: la messinscena del regime

Ci aveva provato Chavez, con un falso golpe, lo ha compiuto Erdogan, allo scopo di eliminare gli 'scomodi'. 
Il tiranno Maduro, pero, non ce l'ha fatta, ha studiato male le sue mosse e tutti se ne sono accorti. Anche l'elicottero e il pilota hanno fatto acqua.
Vediamo le ipotesi proposte da Rocco Cotroneo che scrive su Il Corriere on line?
Le ipotesi
Un tentativo di insurrezione, un episodio di esibizionismo personale oppure una messinscena del governo di Nicolas Maduro per accelerare una svolta autoritaria? Non ci sono elementi chiari al momento per far luce sugli episodi delle ultime ore a Caracas, capitale del Venezuela. Dove le manifestazioni di protesta sono costanti da due mesi e il governo chavista accelera la repressione contro gli oppositori e i media.

                        Sicuramente un po' di esibizionismo c'è un attore, in fondo, si esibisce ma l'interpretazione, nel filmato, non è stata nemmeno tanto da 'oscar'. 

I precedenti
Non va dimenticato che il Venezuela è abituato ad episodi di questo tipo. Nella storia più recente basta ricordare il fallito tentativo di golpe guidato dall’allora colonnello dei parà Hugo Chávez, nel 1992, contro il governo di Carlos Andres Pérez; e poi nel 2002 il colpo di mano dell’opposizione per far fuori lo stesso Chávez, già al potere, poi rientrato nel giro di 48 ore a causa del rifiuto dell’esercito di abbattere il presidente legittimo.


                                 Esattamente quello che ha tentato di fare il dittatore attuale, pensava di farcela, ma quando lo fece il suo mentore, aveva un certo sostegno dal popolo, cosa che Maduro non vanta, oltre l'80% della popolazione non ne vuol sapere di lui. Il venezuelano non si lascia nemmeno prendere in giro ormai, ma la fine di nostro paese si avvicina insesorabilmente, giorno dopo giorno. La Constituyente, illegalmente invocata dal narcotrafficante al potere, potrebbe diventare la tomba della libertà dei venezuelani.

La destra venezuelana dietro le bombe?
Il presidente Nicolas Maduro non ha dubbi: il gesto dell’agente Oscar Pérez (foto) è un «atto di terrorismo», che avrebbe potuto provocare una strage e dietro al quale c’è la mano della destra venezuelana e di potenze straniere interessate al crollo della rivoluzione bolivariana. Il ministro dell’Informazione Ernesto Villegas ha sostenuto che Pérez è sotto indagine per i suoi rapporti con la Cia e l’ambasciata Usa a Caracas, e che lavorava come pilota dell’ex ministro dell’Interno Miguel Rodriguez Torres, allontanato dal governo anche lui per presunti rapporti con il «nemico». Quest’ultimo si è difeso smentendo tutto («il mio pilota si chiamava Pérez, ma è un omonimo») e sostenendo di aver avuto rapporti con la Cia su richiesta dell’ex presidente Chávez.


                             Le solite chiacchiere dei soliti comunistoidi demodè, quando si accorgono che la realtà diverge da quello che sostengono, parlano di 'destra venezuelana'. La stragrande maggioranza della popolazione ha detto no a Maduro, il 6 dicembre 2015, schiacciato dai voti. Il momento in cui Maduro ha capito che non ce l'avrebbe fatta mai piu', quindi ha dovuto calare la maschera e mostrarsi per quello che è, un genocida.

Quel volo sospetto
L’autore del gesto e l’elicottero sono spariti dopo aver sorvolato per pochi minuti il centro di Caracas. Il velivolo è partito da una base militare nel cuore della capitale, sotto il pieno controllo dell’aeronautica. Oppositori accusano quindi Maduro di aver messo in piedi una farsa per giustificare un’ulteriore stretta. «Se il Venezuela affogherà nel caos e nella violenza, se tenteranno di distruggere la rivoluzione bolivariana andremo alla lotta, e quello che non otterremo con il voto lo prenderemo con le armi», ha minacciato Maduro dopo l’episodio. La capitale è sotto assedio, mentre oggi è prevista l’ennesima manifestazione dell’opposizione.

                      Ieri sono morti altri cinque giovani, sotto i colpi della polizia del regime. In Venezuela non esistono da un pezzo i Diritti Umani e il mondo, per interessi nemmeno tanto celati, non fa nulla. 
Ecco perche' l'articolo di Loris Zanatta su Il Foglio, risulta essere super centrato.

"I rumorosi silenzi dei bolivariani d'occidente davanti al disastro"
Quando la barca affonda, si sa, i topi fuggono: l’abbandonano. Io non so se la barca chavista affonderà, se si inabisserà da sola o porterà con sé in fondo al mare un intero paese: da quel che vedo, il suo motto è après moi le déluge; o se si preferisce: muoia Sansone con tutti i filistei. Per tenersi a galla le tocca attingere al fondo del barile: una surreale riforma corporativa, il fascismo del XXI secolo. Una cosa però è certa fin d’ora: molti topi sono in fuga. Scappano a gambe levate! C’è chi lo fa in silenzio: perché diciamolo, ci sono silenzi rumorosissimi. Qualcuno sa se Michael Moore, già cantore di Hugo Chávez, sta girando un documentario sulla gioia dei venezuelani? Se Ken Loach interpreterà presto il ruolo di viceministro para la Suprema Felicidad Social del Pueblo, in onore della creativa carica creata dal suo nume? A qualcuno è capitato di sentire l’ultimo pistolotto di Gianni Vattimo sulle magiche virtù del socialismo tropicale? L’ultima intervista fiume di Ignacio Ramonet a Nicolás Maduro su sfondo di violini? Almeno l’ineffabile Noam Chomsky non si nasconde e agisce: firma manifesti contro gli abusi di… Mauricio Macri! Comico, ma vero. L’onestà intellettuale è merce rara, per cui non c’è da stupirsi. Ma più del silenzio, può l’incontinenza verbale: qualcosa bisognerà pur dire. E l’ultima moda è quella che d’ora in poi sentiremo più spesso. In cosa consiste? Lo lascio dire a un politico di Podemos incontrato a un convengo accademico: Maduro? E’ più anti chavista degli antichavistas. Testuale. E come lui centinaia d’altri, che presto saranno migliaia, soprattutto ex dirigenti e funzionari del regime chavista: abbandoniamo la nave, è la parola d’ordine; segno che ormai non credono più possa raddrizzarsi. Va da sé che a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, si tratta di buoni segnali: c’è chi nel chavismo sta rinsavendo, chi ritiene ci siano limiti non superabili; indicano che il regime si sfalda, che profonde crepe lo minano, che molti che in suo nome sfilarono per anni compatti sono oggi in cerca di nuova verginità. Fa una certa impressione leggere l’intervista al País del generale Rodríguez Torres, alto ufficiale del chavismo fino ad appena tre anni fa: quando c’era Lui, sembra di sentire; ah, se Lenin non fosse morto, risuona l’eterno lamento: quasi che a quel tempo, quando il regime organizzava le milizie paramilitari che oggi reprimono, prendeva il controllo della magistratura, dell’esercito e delle università, quando già inondava il paese con migliaia di ore di propaganda presidenziale a reti unificate obbligatorie, il Venezuela fosse una deliziosa democrazia, oggi lordata dal perfido Maduro.  
Visto così, a me Nicolás Maduro fa quasi pena; non dico tenerezza, perché è un personaggio troppo grottesco per suscitare simili sentimenti, ma pena sì: perché il suo è un destino beffardo. Se il Venezuela è oggi quel che è, se è uno stato fallito in mano a una mafia senza scrupoli che si ammanta di slogan ideologici vecchi e ammuffiti, se la violenza e la miseria vi si rincorrono senza tregua e la più tetra anarchia ha divelto ogni residuo legame sociale, se l’enorme ricchezza accumulata in un decennio vi è sparita a causa di un’esplosiva miscela di cleptomania, dilettantismo e megalomania, se invocando il pueblo il regime ha demolito la fiducia nelle istituzioni pubbliche senza le quali nessun ordine sociale può sostenersi, la responsabilità storica è di Hugo Chávez e dei tanti che l’hanno osannato, omaggiato, celebrato. A Maduro, che proprio Chávez consegnò in dote ai venezuelani, vogliono oggi togliere perfino il diritto di invocare colui che amò come un padre! Che ingiustizia, povero Maduro. Eppure è talmente chiaro: le sue politiche, i suoi uomini, le sue istituzioni, i suoi balzani progetti di riforma costituzionale, il suo disastroso governo dell’economia, i suoi consiglieri cubani, sono tutti eredità di Chávez. Non me ne vogliano i topolini in fuga, ma la realtà è assai prosaica: il chavismo rimarrà una presenza importante nella storia venezuelana ed è giusto e auspicabile che trovi la forma istituzionale per convivere democraticamente con le altre anime del paese; ma che il suo regime fosse fin dalle origini impregnato della tipica pulsione totalitaria dei populismi latinoamericani era ovvio e scontato per chiunque ne conosce la storia. L’avevano scritto in molti: avevano ragione.
Loris Zanatta


@cosmodelafuente via Mediacontact Communications

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