febbraio 08, 2026

LA POLITICIZZAZIONE DELLA VITA QUOTIDIANA HA ROTTO IL C**O

 




Negli ultimi anni la politicizzazione è diventata una mania invasiva. Tutto è politico, tutto è schierato, tutto deve dire da che parte stai. Devi sempre presentarti dicendo per chi voti.  Hobby, alimentazione, consumi, sport, intrattenimento, relazioni personali e private: nulla è più innocente, niente è più libero. La vita quotidiana si è trasformata in un campo di battaglia permanente, dove ogni gesto è sospetto e ogni preferenza diventa una dichiarazione ideologica. L’ideologia come le griffe.

Sempre più spesso le scelte individuali non sono guidate dall’utilità o dal gusto personale, ma dall’esigenza di segnalare appartenenza e colpire quello che consideri l’avversario. Si reagisce per “partito preso”, senza riflessione critica, riducendo il confronto a uno scontro volgare, rozzo e superficiale. Le opinioni politiche si fondono con l’identità sociale: etnia, religione, preferenze sessuali, abitudini di consumo e media frequentati diventano marcatori ideologici. Una catalogazione forzata degli individui, privati della libertà di essere contraddittori, ambigui, semplicemente umani.

Basta poco perché anche ciò che è neutro venga sequestrato dalla politica. Una preferenza cromatica — rosso o nero — diventa automaticamente un segnale di comunismo o fascismo, indipendentemente da chi la esprime.

Le piattaforme digitali e i social alimentano questa dinamica, premiando il conflitto e la rabbia. Discussioni ideologiche esplodono ovunque, persino sotto contenuti di puro intrattenimento, e degenerano rapidamente in insulti e minacce. Gli spazi di confronto super partes sono scomparsi, sostituiti da bolle ideologiche impermeabili. Il dialogo viene soffocato dalla ghettizzazione: “sei di sinistra, quindi sei il nemico”, oppure l’accusa automatica di fascismo rivolta a chiunque condivida — anche solo in parte — un’idea associata alla destra.

Questo approccio riduce ogni esperienza a una lente politica, svuotandola di leggerezza, piacere e complessità. Nel frattempo proliferano falsi dibattiti su questioni marginali, utili solo a distrarre l’opinione pubblica dai problemi strutturali e dalle reali dinamiche di potere.

Parlo anche per me: forse perché mi sento più artista che militante, ho piene le scatole di questa iper-politicizzazione e rivendico il diritto di pensare, ragionare e sbagliare per conto mio. Difendere l’autonomia del pensiero non significa ignorare i diritti umani o le libertà civili — spesso calpestate proprio da chi si proclama loro difensore.

È tempo di dirlo senza giri di parole: non tutto deve essere politico per essere importante, e non tutto ciò che è politico è automaticamente giusto. Ridurre la vita a un referendum permanente non è impegno civile, è povertà di immaginazione. La politica che pretende di occupare ogni spazio finisce per non capirne nessuno. E quando tutto diventa ideologia, l’umanità — quella vera — è sempre la prima a pagare il prezzo.

Basta!

 Cosmo de la Fuente

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English Version

n recent years, politicization has become an invasive obsession. Everything is political, everything is aligned, everything must declare which side you are on. You must always introduce yourself by saying who you vote for. Hobbies, diet, consumption, sports, entertainment, personal and private relationships: nothing is innocent anymore, nothing is free anymore. Daily life has turned into a permanent battlefield, where every gesture is suspicious and every preference becomes an ideological statement. Ideology is like designer labels.

Increasingly, individual choices are not guided by utility or personal taste, but by the need to signal belonging and strike at what you consider to be the enemy. People react out of “partisanship,” without critical reflection, reducing debate to a vulgar, crude, and superficial clash. Political opinions merge with social identity: ethnicity, religion, sexual preferences, consumption habits, and media consumption become ideological markers. A forced cataloging of individuals, deprived of the freedom to be contradictory, ambiguous, simply human.

It doesn't take much for even what is neutral to be hijacked by politics. A color preference—red or black—automatically becomes a sign of communism or fascism, regardless of who expresses it.

Digital platforms and social media fuel this dynamic, rewarding conflict and anger. Ideological discussions explode everywhere, even under purely entertainment content.

COSMO DE LA FUENTE 


 


febbraio 02, 2026

L’INFERNO NON HA COLORI: IL SANGUE VERSATO NON AMMETTE TIFO

 





BASTA TIFOSERIE SULLA PELLE DELLA GENTE

L’INFERNO NON HA COLORI: IL SANGUE VERSATO NON AMMETTE TIFO


So che potrei farmi qualche nuovo nemico. Ma se sapessero quanto me ne frega davvero, si risparmierebbero la fatica. Ho quello che qualcuno potrebbe definire un problema. In realtà è un vantaggio: mi permette di pensare con la mia testa e non con idee inculcate da altri. Per quello esistono già le religioni — e spesso anche le ideologie.

Io preferisco essere onesto, prima di tutto con me stesso. Ed è per questo che sono sempre più convinto di una cosa: la storia non è tifo. La storia è sangue, fame e morti.

E Dio solo sa quanto mi stiano sulle palle i fanatici di ogni sponda. Quelli che confondono la fede con il dogma e le idee politiche con verità assolute. Quelli che smettono di ragionare nel momento in cui pensano di avere sempre ragione.

Ma torniamo al tema che oggi mi sono prefissato. C’è una cosa che mi ha sempre dato fastidio: l’idea che per forza tu debba scegliere una squadra. O stai “da una parte”, o automaticamente sei il nemico.

Peccato che la storia non funzioni come uno stadio .La storia non ha curve, cori o bandiere innocenti.

Ha morti. E ne ha avuti tanti. Da tutte le parti. Il comunismo non è solo un’idea romantica, così come non lo è stato il Chavismo. Quando si parla di comunismo, c’è sempre qualcuno pronto a dire: “Sulla carta era giusto” “Il problema è che è stato applicato male”

Bene. Ma allora giudichiamo le applicazioni, non le favole.

URSS, Cina, Cambogia, Corea del Nord, Cuba, Venezuela. Questi non sono “errori di percorso”, sono regimi durati decenni. Ancori operanti.

In Unione Sovietica morirono decine di milioni di persone tra carestie indotte, Gulag e purghe politiche. In Cina, sotto Mao, il Grande Balzo in Avanti causò oltre 40 milioni di morti, in gran parte per fame provocata da politiche statali. In Cambogia, il comunismo dei Khmer Rossi eliminò un quarto della popolazione in pochi anni. A Cuba e in Venezuela non servono cifre astronomiche per capire: basta guardare quanti scappano e quanti tacciono per paura. E non dimentichiamo 8 milioni di Venezuelani fuggiti dalla dittatura chavista e madurista.

Le stime storiche parlano chiaro: tra i 65 e i 100 milioni di morti sotto regimi comunisti nel XX secolo.

Se questi numeri danno fastidio, il problema non sono i numeri. Il problema sei tu!

Il fascismo non è stato “meno peggio”. Dall’altra parte non c’è nessuna assoluzione possibile.

Il fascismo e il nazismo hanno mostrato cosa succede quando lo Stato diventa una religione. Ripeto: QUANDO LO STATO DIVENTA RELIGIONE.

Il nazismo ha organizzato il genocidio industriale di 6 milioni di ebrei, oltre a milioni di civili e oppositori politici. Il fu fascismo italiano ha cancellato le libertà, represso il dissenso e massacrato popolazioni coloniali in Africa. La Spagna franchista e altri regimi autoritari hanno fatto il resto: prigioni, torture, esecuzioni. Qui nessuno può fare il moralista senza sporcarsi le mani. Mani sporche di sangue. Anche qui, milioni di morti.

La verità che nessuno vuole sentire. Ecco la parte che non piace né a destra né a sinistra:

👉 quando un’ideologia diventa totalitaria, uccide. Sempre. A destra o a sinistra, non cambia. Come spesso dico: non ci sono dittature buone e dittature cattive, tutte le dittature sono merda e sangue.

Non importa come si presenta: con la bandiera rossa o con quella nera, parlando di popolo o di patria,promettendo uguaglianza o ordine.

Il copione è identico: potere concentrato, opposizione eliminata, propaganda continua .E alla fine qualcuno muore, qualcun altro sparisce, e il resto impara a stare zitto. Chi condanna solo il fascismo ma giustifica il comunismo non sta difendendo i deboli, sta scegliendo i morti giusti. Chi fa il contrario non è più onesto.

Perché non mi schiero. Io non mi sono mai fidato delle ideologie che pretendono di avere ragione al 100%. Perché quando qualcuno dice di avere la verità assoluta, prima o poi decide anche chi non merita di parlare. Provate a pensarci, magari ne avete uno o una proprio in casa.

La mia esperienza, come quella di chi ha visto il proprio paese distrutto da un regime che si diceva “del popolo”, mi ha insegnato a non credere alle promesse. Mi ha insegnato a guardare i risultati.

Per questo leggo più fonti. Per questo confronto versioni diverse.

Per questo non mi schiero per partito preso. Perché pensare con la propria testa oggi è scomodo. E proprio per questo è necessario.

La storia non va tifata. Va guardata in faccia. Anche quando fa male. Altrimenti è solo ignoranza.

Post in evidenza: Laurea honoris causa a Mario Vargas Llosa- Carlos Gullì per Università di Torino

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