Negli ultimi anni la
politicizzazione è diventata una mania invasiva. Tutto è politico, tutto è
schierato, tutto deve dire da che parte stai. Devi sempre presentarti dicendo
per chi voti. Hobby, alimentazione,
consumi, sport, intrattenimento, relazioni personali e private: nulla è più
innocente, niente è più libero. La vita quotidiana si è trasformata in un campo
di battaglia permanente, dove ogni gesto è sospetto e ogni preferenza diventa
una dichiarazione ideologica. L’ideologia come le griffe.
Sempre più spesso le scelte
individuali non sono guidate dall’utilità o dal gusto personale, ma
dall’esigenza di segnalare appartenenza e colpire quello che consideri l’avversario.
Si reagisce per “partito preso”, senza riflessione critica, riducendo il
confronto a uno scontro volgare, rozzo e superficiale. Le opinioni politiche si
fondono con l’identità sociale: etnia, religione, preferenze sessuali, abitudini
di consumo e media frequentati diventano marcatori ideologici. Una
catalogazione forzata degli individui, privati della libertà di essere
contraddittori, ambigui, semplicemente umani.
Basta poco perché anche ciò che è
neutro venga sequestrato dalla politica. Una preferenza cromatica — rosso o
nero — diventa automaticamente un segnale di comunismo o fascismo,
indipendentemente da chi la esprime.
Le piattaforme digitali e i
social alimentano questa dinamica, premiando il conflitto e la rabbia.
Discussioni ideologiche esplodono ovunque, persino sotto contenuti di puro
intrattenimento, e degenerano rapidamente in insulti e minacce. Gli spazi di
confronto super partes sono scomparsi, sostituiti da bolle ideologiche impermeabili.
Il dialogo viene soffocato dalla ghettizzazione: “sei di sinistra, quindi sei
il nemico”, oppure l’accusa automatica di fascismo rivolta a chiunque condivida
— anche solo in parte — un’idea associata alla destra.
Questo approccio riduce ogni esperienza
a una lente politica, svuotandola di leggerezza, piacere e complessità. Nel
frattempo proliferano falsi dibattiti su questioni marginali, utili solo a
distrarre l’opinione pubblica dai problemi strutturali e dalle reali dinamiche
di potere.
Parlo anche per me: forse perché
mi sento più artista che militante, ho piene le scatole di questa
iper-politicizzazione e rivendico il diritto di pensare, ragionare e sbagliare
per conto mio. Difendere l’autonomia del pensiero non significa ignorare i
diritti umani o le libertà civili — spesso calpestate proprio da chi si
proclama loro difensore.
È tempo di dirlo senza giri di
parole: non tutto deve essere politico per essere importante, e non tutto ciò
che è politico è automaticamente giusto. Ridurre la vita a un referendum
permanente non è impegno civile, è povertà di immaginazione. La politica che
pretende di occupare ogni spazio finisce per non capirne nessuno. E quando
tutto diventa ideologia, l’umanità — quella vera — è sempre la prima a pagare
il prezzo.
Basta!
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English Version
n recent years, politicization has become an invasive obsession. Everything is political, everything is aligned, everything must declare which side you are on. You must always introduce yourself by saying who you vote for. Hobbies, diet, consumption, sports, entertainment, personal and private relationships: nothing is innocent anymore, nothing is free anymore. Daily life has turned into a permanent battlefield, where every gesture is suspicious and every preference becomes an ideological statement. Ideology is like designer labels.
Increasingly, individual choices are not guided by utility or personal taste, but by the need to signal belonging and strike at what you consider to be the enemy. People react out of “partisanship,” without critical reflection, reducing debate to a vulgar, crude, and superficial clash. Political opinions merge with social identity: ethnicity, religion, sexual preferences, consumption habits, and media consumption become ideological markers. A forced cataloging of individuals, deprived of the freedom to be contradictory, ambiguous, simply human.
It doesn't take much for even what is neutral to be hijacked by politics. A color preference—red or black—automatically becomes a sign of communism or fascism, regardless of who expresses it.
Digital platforms and social media fuel this dynamic, rewarding conflict and anger. Ideological discussions explode everywhere, even under purely entertainment content.
COSMO DE LA FUENTE