I motivi per cui mi sono interessato a questa sceneggiatura e mi sono appassionato alla storia del Colonnello Alberto Caamaño.
Francisco Alberto Caamaño Deñó è stato un militare di
carriera e uomo delle istituzioni, nato a Santo Domingo nel 1932. Essendo
figlio di uno dei generali più influenti della dittatura dominicana, Caamaño
crebbe nel culto dell'ordine, della disciplina d'accademia e dell'obbedienza
cieca allo Stato. La sua svolta storica avvenne nell'aprile del 1965, durante
la guerra civile dominicana. Inviato dai suoi superiori come mediatore per
negoziare la resa delle forze costituzionaliste che chiedevano il ritorno della
democrazia, Caamaño si trovò di fronte all'intervento militare degli Stati
Uniti e all'ambasciatore americano che pretendeva una resa incondizionata e
umiliante. Fu in quel momento che visse un profondo dilemma morale e scelse la
dignità del suo popolo rispetto alla fedeltà formale: rifiutò sdegnatamente le
condizioni dicendo «Digan a sus superiores que no nos rendiremos jamás». Pochi
minuti dopo si diresse sul Ponte Duarte a Santo Domingo, prese un fucile e
guidò la resistenza della popolazione contro i carri armati, venendo persino
eletto Presidente Costituzionalista dal Congresso in armi durante l'assedio.
Dopo una tregua fu costretto all'esilio a Londra, ma nel 1973 decise di tornare
clandestinamente sulle sue montagne con un piccolo gruppo di uomini per
combattere la nuova deriva autoritaria, trovando la morte in un'imboscata dove
venne catturato e giustiziato.
Quando ho letto la sua storia mi sono
appassionato profondamente a questo personaggio perché non incarna il classico
prototipo del guerrigliero rurale e ideologico alla Che Guevara, ma rappresenta
la figura ben più complessa dell'antieroe tragico. Mi affascina mettermi nei
panni di un ufficiale d'élite, un uomo d'ordine cresciuto dentro le
istituzioni, che viene spezzato a metà da una scelta drammatica, dove la legge
morale e la difesa del proprio popolo diventano improvvisamente più importanti
dell'obbedienza ai superiori. È un ruolo da protagonista assoluto che permette
di esplorare la rigidità militare unita a un enorme tormento interiore.
In qualche maniera mi somiglia, c'è un dettaglio molto
toccante che i compagni d'armi hanno sempre raccontato su di lui, nonostante
l'immagine pubblica di militare di ferro inflessibile, Caamaño era un padre
straordinariamente affettuoso e protettivo. Perfino durante i durissimi
addestramenti guerriglieri a Cuba o nei momenti di massima tensione
geopolitica, la sua più grande preoccupazione era la sicurezza e il futuro dei
suoi bambini, che cercava di proteggere a ogni costo dalle ritorsioni politiche.
Io sono stato un padre innamorato della propria bambina, super protettivo che
ha sempre messo lei prima di tutto.
Nel 1958, Caamaño si sposò con María Paula Acevedo Guzmán, affettuosamente conosciuta da tutti in Repubblica Dominicana come "Chichita". Si erano conosciuti da giovanissimi, a 17 anni, in un ristorante di San Pedro de Macorís. La loro unione dovette superare la durissima opposizione dell'influente famiglia di lui, che non vedeva di buon occhio la ragazza. Con Chichita, che divenne la Prima Dama del Paese durante la rivoluzione del 1965, ebbe tre figli. Nonostante le successive distanze fisiche imposte dalla guerra e dall'esilio, la coppia non si separò mai legalmente.
Riguardo la sua vita clandestina a Cuba, quando Caamaño
lasciò l'incarico diplomatico a Londra per trasferirsi segretamente a Cuba e
pianificare il suo ritorno guerrigliero, la sua vita cambiò radicalmente. Lì
conobbe Vicenta Vélez Catrain, che divenne la sua compagna stabile negli ultimi
anni di vita clandestina. Vicenta non fu solo la madre dei suoi ultimi tre
figli, ma una vera e propria compagna di lotta che lo sostenne da vicino nella
preparazione della spedizione sulle montagne dominicane.
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