giugno 29, 2006

Gravina di Puglia. Assistenti sociali...i nuovi mostri






Assistenti sociali .... i nuovi mostri


... (continua il discorso sulla vicenda dei fratelli di Gravina)




Importanti compagnie turistiche italiane hanno compreso l’importanza della ‘formazione’ dei dipendenti come strategia necessaria allo sviluppo del turismo con conseguente aumento dei guadagni . La formazione comincia alla radice, dagli aspiranti camerieri e aiuto cucina dei ristoranti, addetti alle pulizie degli alberghi, portieri dei musei, ecc. Quando un cliente rimane scontento (...).
Ci sono situazioni ben più gravi della chiusura di un esercizio commerciale, situazioni per cui non esiste nessun tipo di resoconto o punizione. Gli errori commessi dal Tribunale dei minori e le inadempienze degli assistenti sociali, ad esempio, non vengono neppure verificati. Chi controlla il loro operato? Chi stabilisce la giusta pena per gli errori commessi?
Rileggendo a ritroso alcune decine di casi in cui i minori hanno subito danni a causa della mancata verifica, nel tempo, della situazione psicologica e la sofferenza di chi ha subito la separazione di un figlio, mi sono reso conto che le colpe da attribuire ad alcuni di questi dipendenti incapaci sono molte. E’ grave che a pagarne le spese siano i bambini.
(....)
Dove finisce la responsabilità del tribunale dei Minori? Dove comincia la responsabilità degli assistenti sociali e fino a che punto è giusto godere di invulnerabilità penale da parte di questa categoria di impiegati? Che percorso di studi e quale tirocinio professionale hanno sostenuto questi signori che, forse involontariamente, hanno il potere di distruggere la vita di adulti e di bambini?
La cosa più logica sarebbe che il Tribunale stabilisse un percorso psicologico per tutti i componenti della famiglia a rischio, un sostegno che duri nel tempo, anche dopo l’eventuale sfascio, in modo che non si verifichino situazioni come quella della bambina morta di stenti in Puglia o il triplice omicidio compiuto da Antonio Faccini. (...)
Non dobbiamo più accettare le solite risposte tipo: ‘possiamo mica monitorare questi casi per anni?’. La risposta è : ‘CERTO’. (...)
(...)che si perpetua nel nostro paese, però, non è certamente meglio. Chissà quale sarà l’epilogo della vicenda dei fratellini di Gravina di Puglia, ma temo che anche questa volta, il Tribunale dei minori e i vari assistenti sociali, che avrebbero dovuto occuparsi di loro si sono limitati a lanciare la bomba dalla finestra. Dicono che gli assistenti siano stati interrogati, ma signori miei, cosa volete che sappiano se il loro lavoro è terminato quando la famiglia cominciava a sfasciarsi? Avrebbero dovuto continuare a monitorare questo nucleo diviso e il tribunale, dopo aver inferto il suo colpo ‘vivisezionistico’, avrebbe dovuto assicurare la tutela di piccoli.
Vorrei chiedere ufficialmente a chi ha il potere di fare qualcosa in Italia, e mi rivolgo a un paio di Ministri ‘importanti’, del passato e del presente, di stravolgere completamente quello che è il Tribunale dei Minori, che, a conti fatti, invece di essere un organo preposto alla salvaguardia dei minori è diventato il lupo mannaro. Ancora una volta credo che sia sufficiente il Tribunale ordinario, che potrebbe nominare assistenti sociali validi, equamente remunerati, psicologi,medici allenati e preparati quindi organizzare metodi di controllo sulle famiglie a rischio, onde evitare che i bambini subiscano, paradossalmente, le gravi conseguenze del mal operato del tribunale nato per loro.
Mani pulite, piedi puliti e, questa volta, mettiamoci pure ‘Tribunali coscienti’. Verifichiamo percorso psicologico degli assistenti sociali, il loro itinerario di studio e la loro esperienza,
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Intervento di Marco Baldassari

Tolta al padre perchè manca la figura materna Un'intricata vicenda familiare, il disperato appello di un papà contro i giudici minorili.Gianni sgrana gli occhioni blu, mentre papà Salvatore racconta l'odissea della sua famiglia impossibile, della sorellina Caterina, della mamma Silvia, della nonna Serena, una famiglia divisa prima dai vizi della vita e poi dalla burocrazia dei tribunali. Gianni guarda papà e fa sì con la testa, interviene a puntualizzare il discorso, srotola i disegni a pennarello che gli ha regalato Caterina. Parla come un adulto e ha solo 11 anni, costretto a crescere in fretta per cercar di capire quello che nemmeno un adulto può capire: perchè non può vivere sotto lo stesso tetto con il padre, la nonna e la sorellina di 8 anni? I rapporti degli psicologi e degli assistenti sociali, le sentenze del Tribunale e della Corte d'appello danno sempre la stessa risposta: a Caterina manca "una valida figura materna", quindi deve restare per tre anni (prorogabili) in una famiglia che non è la sua, in affidamento, dopo un anno di sballottamenti da una comunità all'altra. "La vedo tutti i sabati, Caterina. Quando la sera la riportiamo indietro, papà resta fuori, e io salgo su con lei. Lei piange, io trattengo le lacrime fin sulle scale, e ogni volta vorrei riportarla a casa con me". Salvatore G. ha 54 anni. Aveva un'impresa edile, ma si infortunò a una mano, e ora tira avanti facendo il broker. Nel 1991 si separa dalla convivente, e il Tribunale dei minori gli affida Gianni, purchè abiti con la zia paterna. Poi però nasce Caterina e papà e mamma tornano insieme. Ma nel '96 la madre, con seri problemi di alcolismo, se ne torna dai suoi, portando con sè i bambini. Il Tribunale li affida ai nonni materni, ma nel '98 tornano dal papà: a patto che - ordina il Tribunale - vivano con la nonna paterna. Ma ogni visita della madre è una lite, e così intervengono gli assistenti sociali del comune. E, il 12 agosto '99, i giudici dispongono l'allontanamento forzato" di Gianni e Caterina, con un incredibile blitz di due assistenti sociali e sette agenti di polizia. Finiscono in una comunità fuori Torino per sei mesi, finchè si scopre che mangiano male e sono trattati peggio. Li separano: lui a Torino, lei a Cuneo. Altri sei mesi. Il 13 giugno il Tribunale mette fine all'esilio di Gianni: può tornare a casa. Ma Caterina no, Caterina dev'essere affidata a un'altra famiglia. Per tre anni, forse sei. Papà Salvatore ricorre, ma il 7 settembre perde anche in appello. Caterina "ha bisogno profondo di una figura materna". "Mi restano solo la Cassazione e la Corte europea, ma ci vogliono tanti soldi, e io non ne ho più. Che devo fare? Ho i rapporti favorevoli dello psicologo. Ho gli elogi dei giudici. Ho una madre che non è anzianissima, che adora i miei figli ed è adorata da loro. Ma tutto questo non conta nulla, così come il "principio di fratria", che vieterebbe di separare i fratelli. Quel che conta è che sono un papà e non una mamma. Ma non mi risulta che si tolgano le figlie a tutti i padri rimasti vedovi". Gianni lo fissa con gli occhioni blu, poi lo interrompe: "Con questa intervista, io rischio di tornare in comunità. Ma ne abbiamo parlato a lungo, con papà: questa è l'ultima speranza di riportare a casa Caterina. Il 17 ottobre compierà 8 anni. Non potremo nemmeno festeggiarla. Non cade di sabato, purtroppo, quel giorno".

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segue l'articolo: ' I fratelli di Gravina: individuato il possibile lupo mannaro'

giugno 28, 2006

Fratelli di Gravina: individuato il possibile lupo mannaro




Fratelli di Gravina: individuato il possibile
lupo mannaro.......



Mi sono rivolto a uno specialista laringoiatra perché visitasse la mia bambina sofferente di iper adenoidismo e tonsillite. Mi aspettavo che questo medico si occupasse dei problemi dei suoi problemi di salute in maniera accurata e approfondita e che mi seguisse nell’eventuale decorso postoperatorio. Fui soddisfatto. Ancora oggi, che sono passati tre anni dall’intervento, egli controlla regolarmente che tutto sia andato a posto e, soprattutto, che non vi siano problemi di altro tipo derivati dall’operazione.
Questo medico ha fatto il suo dovere.
Quando qualcosa non funziona in casa valutiamo a chi rivolgerci: un elettricista, un fabbro o un idraulico, dipende dal tipo di guasto. Se, per esempio, un elettricista ripara un interruttore e dopo due giorni questo torna a guastarsi, sarà lui a risponderne garantendoci un nuovo intervento in maniera gratuita. Peccato che non sia così semplice quando parliamo di bambini.
Esempi banali possono rendere l’idea se adesso, fermandoci cinque minuti a riflettere, ci porgiamo alcuni interrogativi in merito all’operato del Tribunale dei minori che, a differenza del Tribunale ordinario, dovrebbe essere l’organo specializzato e preposto a tutelare il benessere dei figli e, di conseguenza, dei loro genitori. Ma andiamo per gradi. Chi è Rosa Carlucci, la mamma dei fratellini di Gravina di Puglia? Il paese mormora che sia una donna senza anima. Non saremmo invece di fronte all’ennesimo caso di bambini sistemati e mai più seguiti dal tribunale dei minori che ne aveva deciso le sorti? Che fine hanno fatto gli assistenti sociali che avrebbero dovuto garantire la serenità dei minori? Questa donna, Rosa, vista come un essere senza sentimenti, come ha vissuto il fatto che i suoi figli siano stati affidati soltanto al padre? Il tribunale dei minori ha provveduto in qualche maniera ad assicurare un percorso psicologico dei genitori, soprattutto di quello non affidatario, in modo che questi ragazzi non dovessero correre dei rischi?
Non sappiamo un bel niente. Non siamo ancora al corrente di dove si trovino Francesco e Salvatore, ma una cosa è certa, qualcosa in quella famiglia ‘scoppiata’ non funzionava, un piccolo ingranaggio dell’illusorio meccanismo del ‘tutto a posto’ non ha funzionato e, ancora una volta, due innocenti ne sono andati di mezzo.
A questo punto la domanda sorge spontanea. Qual è la differenza tra il tribunale dei minori e quello ordinario? Il primo dovrebbe accertarsi che i minori vengano ‘veramente’ tutelati, assicurando loro l’effettiva e immediata bigenitorialità e, nei casi in cui motivi provati rendano impossibile l’affidamento condiviso perché, per esempio, uno dei genitori è indegno, dorebbero essere doppiamente seguiti a tempo indeterminato. Cosa ne sappiamo di come possa reagire un padre o una madre a cui viene tolta la potestà genitoriale? Bisognerebbe assicurare, per esempio, un percorso psicologico per genitori e figli onde evitare che accadano fatti incresciosi di cui conosciamo soltanto l’epilogo ma non i motivi scatenanti. Ci scandalizziamo che i due fratelli avessero i pidocchi e nessuno si fosse curato di disinfestarli.
Non si conosce il colpevole della sparizione dei fratelli di Gravina ma molti puntano il dito sulla freddezza materna. E’ facile addossare colpe ma noi non sappiamo molto. Ancora una volta, secondo il mio modesto punto vista, il lavoro eseguito del tribunale specifico incaricato alla sorte di minori è rimasto a metà. Non si può decidere di affidare a un solo genitore un minore e passare al caso successivo senza considerare l’eventualità di aver sfasciato un equilibrio dimenticando di verificare, negli anni a venire, che tutto proceda nel verso giusto; è impensabile non considerare la possibilità che ci sia un adulto che perda la testa o che non si siano venute a creare situazioni di sofferenza dei bambini. Se un tribunale dei minori non prevede queste eventualità, tanto vale che a stabilire l’affidamento dei bambini sia il tribunale ordinario, ci guadagneremmo almeno nei tempi, visto che quest’ultimo è più celere.
Non stiamo parlando di interruttori malfunzionanti o di serrature difettose, discutiamo di bambini. Quando si tratta di minori le precauzioni e le responsabilità non possono e non devono mai essere considerate eccessive o di non competenza delle istituzioni che giocano allo scarica barile. Chi tutela i bambini dagli errori del tribunale dei minori? Chi tutela i minori dalla debolezza psichica indotta del genitore non affidatario? Chi si prende carico del controllo della situazione minorile dopo la separazione dei genitori? Chi segue psicologicamente la famiglia prima che arrivi alla separazione?
Urge un avvocato del bambino, un tutor o, almeno, un tribunale che esegua fino in fondo il proprio dovere, senza porsi dei limiti di responsabilità. Se questo non è possibile che venga abolito e che sia un tribunale ordinario a gestire l’affidamento. Quale governo, quale colore politico si occuperà di istituire una o più figure incaricate al controllo del pre, del durante e del post affidamento dei minori? Queste figure altamente professionali andrebbero stipendiate, lo so, ma in Italia per i bambini si fa qualsiasi cosa. O no?
Non limitiamoci a cercare il lupo mannaro della vicenda dei ragazzi di Gravina, e domandiamoci, piuttosto, dove riposassero gli assistenti sociali e le istituzioni quando ancora non splendeva la luna piena. Dov’erano gli assistenti sociali quando non si accorsero di quella mamma,sempre in Puglia, che, colta da follia, lasciava che sua figlia, di soli nove mesi, morisse per deperimento? Nemmeno l’aveva fatta vaccinare. Gli assistenti avevano bussato alla porta di casa, la donna non apriva quindi se ne andavano convinti che le loro responsabilità non andassero oltre al tentativo di visita.
Sono troppi i lupi mannari.
Cosmo de La Fuente

cosmo@cosmodelafuente.com

giugno 26, 2006

Fratelli di Gravina: individuato il possibile lupo mannaro


Il tribunale dei Minori "dovrebbe" essere un organo che si occupa, in maniera specifica dei minori e invece, il più delle volte, lascia il lavoro incompleto. La lettera del nostro amico 'anonimo' è ancora un esempio di questo. Come sarebbero importanti gli assistenti sociali se eseguissero realmente il loro lavoro, con coscienza e sensibilità!

ww2..... (trovi il suo intervento tra i commenti)
Chi scrive è un "lupo mannaro", in più di un senso se mi si passa la battuta (che d'altronde capisco solo io...e non è molto lo ammetto), uno di quelli che sono stati condannati prima delle indagini, sulla base di "si dice" che poi, ma ci sono voluti due anni,è stato riconosciuto innocente e vittima.Credo che se il mio caso fosse arrivato al disonor del cronaca, sarei stato sbattuto in prima pagina e sottoposto al pubblico ludibrio fino alla comparsa del "mostro" successivo.Già, perchè ci deve sempre essere un mostro da sbandierare affinchè le persone "perbene" possano indignarsi quel tanto che basta da poter dimenticare che proprio la loro ignavia produce questo sistema di crocifissione pubblica e di oblio.L'oblio, tanto caro e tanto comodo alle istituzioni che dovrebbero fare luce dove le ombre del sospetto e della meschinità creano situazioni ad alto rischio, che quando esplodono in tutta la loro virulenza e violenza, lasciano tutti falsamente stupiti.Non voglio criminalizzare le persone che in queste istituzioni lavorano, ma certamente stigmatizzare il comportamento spesso troppo "da dipendente statale".Le risposte che si sentono poi quando i fatti diventano di pubblico dominio, sono sempre le stesse, non potevamo sapere (ma non è il vostro compito?), non potevamo immaginare (non vi si chiede fantasia ma buonsenso), non abbiamo i mezzi (possibile che salta sempre fuori la carenza di qualcosa di indispensabile ma che non c'è quando serve?) e così via citando.Nei tempi più bui della mia esperienza, un pensiero era ricorrente; perchè non si usa mai il buonsenso? il beneficio del dubbio? l'indagine diretta sui fatti? ma soprattutto, davvero bisogna arrivare a fatti estremi per ottenere quel minimo di attenzione necessaria?Quei bambini, come altri, sono stati lasciati forse soli ad affrontare eventi che farebbero tremare i polsi di un adulto, e, forse, hanno cercato aiuto nel posto sbagliato.Chissà se anche qui sentirò al telegiornale "Non potevamo immaginare...".Mi auguro di no, sarebbe un'altra sconfitta di tutti noi, che abbiamo il dovere di salvaguardare il benessere dei bambini.















Fratelli di Gravina: individuato il possibile lupo mannaro

Mi sono rivolto a uno specialista laringoiatra perché visitasse la mia bambina sofferente di iper adenoidismo e tonsillite. Mi aspettavo che questo medico si occupasse dei suoi problemi di salute in maniera accurata e approfondita e che la seguisse nell’eventuale decorso postoperatorio. Fui soddisfatto. Ancora oggi, che sono passati tre anni dall’intervento, egli controlla regolarmente che tutto sia andato a posto e, soprattutto, che non vi siano problemi di altro tipo derivati dall’operazione.
Questo medico ha fatto il suo dovere.
Quando qualcosa non funziona in casa valutiamo a chi rivolgerci: un elettricista, un fabbro o un idraulico, dipende dal tipo di guasto. Se, per esempio, un elettricista ripara un interruttore e dopo due giorni questo torna a guastarsi, sarà lui a risponderne garantendoci un nuovo intervento in maniera gratuita. Peccato che non sia così semplice quando parliamo di bambini.
Esempi banali possono rendere l’idea se adesso, fermandoci cinque minuti a riflettere, ci porgiamo alcuni interrogativi in merito all’operato del Tribunale dei minori che, a differenza del Tribunale ordinario, dovrebbe essere l’organo specializzato e preposto a tutelare il benessere dei figli e, di conseguenza, dei loro genitori. Ma andiamo per gradi. Chi è Rosa Carlucci, la mamma dei fratellini di Gravina di Puglia? Il paese mormora che sia una donna senza anima. Non saremmo invece di fronte all’ennesimo caso di bambini sistemati e mai più seguiti dal tribunale dei minori che ne aveva deciso le sorti? Che fine hanno fatto gli assistenti sociali che avrebbero dovuto garantire la serenità dei minori? Questa donna, Rosa, vista come un essere senza sentimenti, come ha vissuto il fatto che i suoi figli siano stati affidati soltanto al padre? Il tribunale dei minori ha provveduto in qualche maniera ad assicurare un percorso psicologico dei genitori, soprattutto di quello non affidatario, in modo che questi ragazzi non dovessero correre dei rischi?
Non sappiamo un bel niente. Non siamo ancora al corrente di dove si trovino Francesco e Salvatore, ma una cosa è certa, qualcosa in quella famiglia ‘scoppiata’ non funzionava, un piccolo ingranaggio dell’illusorio meccanismo del ‘tutto a posto’ non ha funzionato e, ancora una volta, due innocenti ne sono andati di mezzo.
A questo punto la domanda sorge spontanea. Qual è la differenza tra il tribunale dei minori e quello ordinario? Il primo dovrebbe accertarsi che i minori vengano ‘veramente’ tutelati, assicurando loro l’effettiva e immediata bigenitorialità e, nei casi in cui motivi provati rendano impossibile l’affidamento condiviso perché, per esempio, uno dei genitori è indegno, dorebbero essere doppiamente seguiti a tempo indeterminato. Cosa ne sappiamo di come possa reagire un padre o una madre a cui viene tolta la potestà genitoriale? Bisognerebbe assicurare, per esempio, un percorso psicologico per genitori e figli onde evitare che accadano fatti incresciosi di cui conosciamo soltanto l’epilogo ma non i motivi scatenanti. Ci scandalizziamo che i due fratelli avessero i pidocchi e nessuno si fosse curato di disinfestarli.
Non si conosce il colpevole della sparizione dei fratelli di Gravina ma molti puntano il dito sulla freddezza materna. E’ facile addossare colpe ma noi non sappiamo molto. Ancora una volta, secondo il mio modesto punto vista, il lavoro eseguito del tribunale specifico incaricato alla sorte di minori è rimasto a metà. Non si può decidere di affidare a un solo genitore un minore e passare al caso successivo senza considerare l’eventualità di aver sfasciato un equilibrio dimenticando di verificare, negli anni a venire, che tutto proceda nel verso giusto; è impensabile non considerare la possibilità che ci sia un adulto che perda la testa o che non si siano venute a creare situazioni di sofferenza dei bambini. Se un tribunale dei minori non prevede queste eventualità, tanto vale che a stabilire l’affidamento dei bambini sia il tribunale ordinario, ci guadagneremmo almeno nei tempi, visto che quest’ultimo è più celere.
Non stiamo parlando di interruttori malfunzionanti o di serrature difettose, discutiamo di bambini. Quando si tratta di minori le precauzioni e le responsabilità non possono e non devono mai essere considerate eccessive o di non competenza delle istituzioni che giocano allo scarica barile. Chi tutela i bambini dagli errori del tribunale dei minori? Chi tutela i minori dalla debolezza psichica indotta del genitore non affidatario? Chi si prende carico del controllo della situazione minorile dopo la separazione dei genitori? Chi segue psicologicamente la famiglia prima che arrivi alla separazione?
Urge un avvocato del bambino, un tutor o, almeno, un tribunale che esegua fino in fondo il proprio dovere, senza porsi dei limiti di responsabilità. Se questo non è possibile che venga abolito e che sia un tribunale ordinario a gestire l’affidamento. Quale governo, quale colore politico si occuperà di istituire una o più figure incaricate al controllo del pre, del durante e del post affidamento dei minori? Queste figure altamente professionali andrebbero stipendiate, lo so, ma in Italia per i bambini si fa qualsiasi cosa. O no?
Non limitiamoci a cercare il lupo mannaro della vicenda dei ragazzi di Gravina, e domandiamoci, piuttosto, dove riposassero gli assistenti sociali e le istituzioni quando ancora non splendeva la luna piena. Dov’erano gli assistenti sociali quando non si accorsero di quella mamma,sempre in Puglia, che, colta da follia, lasciava che sua figlia, di soli nove mesi, morisse per deperimento? Nemmeno l’aveva fatta vaccinare. Gli assistenti avevano bussato alla porta di casa, la donna non apriva quindi se ne andavano convinti che le loro responsabilità non andassero oltre al tentativo di visita.
Sono troppi i lupi mannari.
Cosmo de La Fuente
Ultim'ora Lupo Mannaro News
27 GIU- Condannata a 30 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato la mamma della piccola Eleonora, morta di stenti a Bari nel gennaio 2005. Inflitta la stessa pena al convivente della 24enne, un pregiudicato di 44 anni. La sentenza e' stata emessa dal gup di Bari Marco Guida al termine di un processo celebrato con rito abbreviato. Il giudice ha assegnato un risarcimento simbolico dei danni di un euro al padre legittimo della bimba di 16 mesi morta, che si era costituito parte civile.
© Ansa
Quanti lupi da condannare. Dov'erano oggi, durante la sentenza al lupo mamma, i lupi assistenti sociali? Si riposavano altrove? Quelli che, non ricevendo risposta, pur sapendo che il lupo mamma era in casa, se ne andavano tranquilli. Ci vuole un cambiamento radicale !

giugno 22, 2006

1)Riparliamo di Antonio – 2)Simon Bolivar (seconda parte)


Carissimi,
prima di postare la seconda parte della storia di Simón Bolivar, vorrei tornare a parlare brevemente del caso ‘Antonio Faccini’ perché qualcuno mi ha chiesto come mai non ne abbiamo più parlato.
Da anni mi interesso del dramma vissuto dai genitori che vengono separati dai figli e soprattutto dei bambini che rimangono senza il padre a causa della mancata applicazione della legge sulla bigenitorialità. Il caso Faccini sconfina in un campo dove non si può parlare unicamente di figli negati o di uomini penalizzati, proprio perché il dramma peggiore lo sta vivendo un innocente di sei anni, testimone oculare dell’omicidio della propria madre.
La priorità credo che sia quella di proteggere questo bambino e si rischia, invece, di nuocere proprio lui.
Ho accettato di buon grado di pubblicare la lettera di Antonio, che io stesso ho corretto, perché mi sembrava giusto lasciar parlare un uomo condannato all’ergastolo che urlava forte il suo amore di genitore. Sarebbe giusto che la controparte, che non può più farlo, potesse dare la propria versione. E’ anche vero che un giovane uomo, fratello della ex moglie di Antonio, scampato per miracolo alla furia omicida del cognato, è rimasto in un attimo senza madre e senza sorella. Non possiamo chiedergli di intervenire benché, pare, abbia seguito il dibattito che proprio qui abbiamo aperto.
Le ferite causate dal caso Faccini non sono ancora rimarginate e, leggendo alcuni articoli e notizie riguardo il suo processo si parla di una premeditazione che sarebbe stata provata. Non sono in grado di entrare nel merito di questo.
Nel mio piccolo ho cercato sempre di instaurare un colloquio con chi mi segue e di sensibilizzare in favore dell’amor di padre, che è sacrosanto tanto quanto quello della madre. Lottiamo contro i luoghi comuni e l’assurda penalizzazione dell’uomo, ma soprattutto non possiamo accettare che a farne le spese siano sempre i bambini.
Il mio naturale amor di padre vuole credere alle parole della lettera di perdono di Antonio. Spero che sia stata dettata dal suo cuore e dalla sua mente. Che il bambino riesca a vivere il più ‘normalmente’ possibile. La più grande dimostrazione d’amore verso il piccolo credo sia quella di permettergli di dimenticare. Tutti i bambini hanno il diritto di avere una madre e un padre, nel caso di questo bimbo, per colpe da attribuirsi a uno o più colpevoli, gli sono stati negati entrambi i genitori.
Auguriamoci che la legge sull’affidamento venga resa applicabile, e, soprattutto, che venga applicata da chi ha il difficile compito di decidere del futuro dei minori. Diversamente saremo tutti complici di situazioni estreme che possono sfociare in sanguinosi delitti.
Cosmo de La Fuente
Simón Bolivar
(segue)

…tra storia e sentimento (seconda parte)

Ora vive come un giovanotto dell’aristocrazia, attento allo sviluppo delle sue tenute senza tirarsi indietro quando c’è da affrontare un litigio o una discussione in favore dei suoi affari. Contrariamente a quanto si dice ai giorni nostri, Simòn è buon imprenditore pensa agli affari e contemporaneamente si preoccupa anche dell’avvenire del suo paese. Insieme a suo fratello Juan Vicente e alcuni amici, Simón si riunisce nella loro bella casa di Caracas, sulle sponde del ‘río Guaire’per parlare di letteratura, di geografia e per pianificare l’indipendenza del Venezuela.
Il 19 di aprile del 1810 la Giunta Britannica nomina Bolivar, Andres Bello e Luis Lopez Mendez. Appena terminata la sua missione a Londra rientra a Caracas, dotto circa il funzionamento delle istituzioni in Inghilterra. Diventa uno dei più ardenti avvocati dell’Indipendenza venezuelana e viene nominato ‘ Colonnello ‘ dell’esercito contribuendo, sotto gli ordini di Miranda, alla sottomissione della città di Valencia. Nel 1812 non riesce ad evitare, però, che, a causa di un tradimento, Puerto Cabello cada nelle mani delle forze realiste Al porto di La Guaira un gruppo di giovani ufficiali , fra i quali Bolivar, chiede di continuare la lotta, ma ogni sforzo sarà inutile.
Simon si salva solo grazie all’aiuto di un fidato amico, don Francisco Iturbe, che riesce a procurargli un passaporto per scappare a Curacao. Si trasferisce in seguito a Cartagena dove pubblica: ‘Memoria dirigida a los ciudadanos de la Nueva Granada por un caraqueño’, uno degli scritti fondamentali dove espone la sua fede politica e i suoi principi che rimarranno tali anche negli anni futuri.
Seguiranno battaglie, sconfitte e vittorie. Nel 1819 a capo di un piccolo esercito si trova ancora in Colombia, elimina i nemici ai margini del fiume Magdalena, s’impadronisce della Villa di Cucuta e, nel mese di maggio, comincia la liberazione del Venezuela. Dalla frontiera dello Stato di Táchira arriva vittorioso fino a Caracas, dove, il 6 di agosto, annuncia il suo ‘Decreto di Guerra a Morte’. Stimola, in questo modo, il sentimento nazional patriottico dei venezuelani. In questo periodo gli viene dato il nome di ‘Libertador’ con il quale passerà alla storia.
Il personaggio di Simon è uno tra i più affascinanti, preso ad imitazione dei capi di stato, scalda il cuore e gli animi dei venezuelani ancora oggi. Anche molti dei personaggi di satira politica, come l’ormai celebre ‘Coronel Milza’ prende spunto dall’epoca del ‘libertador’ malgrado i suoi discorsi riguardino l’attualità italiana. Il piatto nazionale del Venezuela è il ‘Pabellon’ (bandiera) le cui origini sono proprio nel periodo bolivariano. Un piatto composto dal riso bianco aromatizzato che rappresenta il popolo bianco dei conquistadores, i fagioli neri che simboleggiano la razza negra e gli schiavi; il plátano (grossa banana da cuocere) che ricorda il popolo degli indios e la carne ‘mechada’ sfilacciata, aromatizzata e cotta nel sugo di pomodoro che sta a simboleggiare le lotte cruente per l’indipendenza. Un forte guerriero dotato di un cuore appassionato, un mix che fanno di Bolivar un uomo amato dalle donne e dagli uomini.
Il periodo che va da agosto del 1813 a luglio del 1814, la seconda Repubblica, è un anno terribile per la storia del Venezuela perchè……..

(fine seconda parte – continua – Cosmo de La Fuente)
“Ancora una volta ho perso il treno” edizioni Marco Valerio di Marco Civra – Torino - info libro email news@sabortropical.it - mini filmato del Coronel Milza a milza59@yahoo.it

Simon Bolivar (prima parte)


Simón Bolivar

…tra storia e sentimento (prima parte)

Per tutti quelli che amano la storia del grande Simòn Bolivar e per coloro che intendono conoscerla ecco il testo, in quattro parti, che ho curato personalmente.

Le strade più importanti, le vie più belle, le piazze più note, l’aeroporto e la moneta nazionale portano il suo nome: ‘Bolivar’.
Il grande Simòn, il più importante personaggio della storia venezuelana è motivo di orgoglio e venerazione da parte di tutti, in special modo dei venezuelani.
Insieme alla religione cattolica, già da bambini ti insegnano ad adorare questo nome che diventerà un riferimento di vita. Quasi tutti i presidenti venezuelani hanno tentato di apparire come la reincarnazione di Simòn, non escluso l’attuale Hugo Chavez Frias.
Discendente di una famiglia basca stabilitasi in Venezuela dalla fine del secolo XVI, occupando, in provincia, una buona posizione economica e sociale, Simòn Bolivar nacque nella città di Caracas il 24 di luglio del 1783. I suoi genitori furono il Colonnello don Juan Vicente Bolivar y Ponte e Donna Concepciòn Palacios Blanco. Era il più piccolo di quattro figli, perse il padre prima di compiere tre anni. Le ricchezze di famiglia e le ‘haciendas’ da quel momento furono amministrate dalla madre, donna intelligente e sensibile.
Sette anni dopo, quando il piccolo Simòn aveva solo dieci anni, morì anche sua mamma. Tutore di tutti i figli fu il nonno materno. Il futuro ‘libertador’ aveva fatto parte di una famiglia dove l’amore di padre e di madre sopravviveva alla morte dei genitori.
La ‘casona’, l’abitazione di famiglia si trovava proprio nel centro della città. All’età di dodici anni anche il nostro grande Bolivar fu colto da una crisi adolescenziale e scappò dalla casa dove viveva con lo zio. Va a vivere insieme alla sorella sposata. In seguito viene ospitato da Simòn Rodriguez, un pedagogo e riformatore sociale con il quale il ragazzo trova delle affinità umane e intellettuali.
Si susseguirono molti maestri importanti, ma il suo preferito rimase sempre Rodriguez.
La vera vocazione di Simòn è l’uso delle armi, così nel 1797, a soli quattordici anni di entra a far parte dei cadetti del Battaglione delle Milizie di Blancos de los Valles Aragua, di cui suo padre, anni prima, è stato un colonnello. Insieme all’uso delle armi impara la matematica, il disegno topografico, la fisica, ecc.
Nel 1799 va in visita in Spagna. Nella città di Madrid approfondisce i suoi studi, diviene persino un ottimo ballerino. Conosce Maria Teresa Rodriguez , s'innamora di lei e decide di sposarla. La porta in Venezuela nel 1803 e nel 1804 si trasferiscono a Parigi.
In Francia approfondisce i suoi studi e si sviluppa il suo istinto militare vivendo il fermento della politica europea di quegli anni. Frequenta teatri, belle donne, uomini d’ingegno e impara nuove teorie fisiche. S’incontra nuovamente con il suo maestro Simòn Rodriguez, verso il quale continua a nutrire un grande sentimento di stima che, in qualche occasione, aveva dato adito a pettegolezzi. Insieme a lui va a Roma, proprio sul monte Sacro, nell’agosto del 1805, Bolivar giura di non aver più pace finchè non avrà liberato l’America latina dall’oppressione e la colonizzazione.
Torna a Parigi e si allea a una loggia massonica. Viene a conoscenza circa le intenzioni di Miranda in Venezuela e capisce che quello è il momento di ritornare in Patria. Nel 1807 parte, sbarca negli Stati Uniti e nello stesso anno giunge nuovamente a Caracas. La sua città.

(fine prima parte – continua – Cosmo de La Fuente)
“Ancora una volta ho perso il treno” edizioni Marco Valerio di Marco Civra – Torino - info libro email news@sabortropical.it

vocabolario hacienda:tenuta
Per richiedere il mini filmato di 'Coronel Milza' milza59@yahoo.it

giugno 21, 2006

La lettera d'addio




Edizioni Marco Valerio di Marco Civra













Mi avvio a passo lento lungo la strada che dal porto arriva alla piazzetta del paese,sento il desiderio di respirare il profumo della notte, vedo il bagliore della luce proveniente da una finestra al piano terra di un’antica palazzina, attraverso la strada per passarci davanti e, anche se imbarazzato, getto uno sguardo all’interno. Un uomo scrive una lettera, è solo, sente la mia presenza e incrocia i miei occhi, accelero il passo ma lui si affaccia e continua a guardarmi mentre mi allontano.
Arrivo a casa, sono ancora un po’ scosso e imbarazzato, ripenso al volto di quell’uomo sulla quarantina, un volto stanco e provato; ho sonno,vado a letto .
I primi raggi di luce attraversano la mia stanza , ho dimenticato di chiudere le persiane, mi alzo, mi lavo e decido di prendere il caffè al bar.
Dopo il caffè mi avvio nuovamente per la strada che avevo percorso la sera prima e nell’avvicinarmi a quella casa sento il cuore battermi forte. Polizia e ambulanza, non so cosa sia accaduto. Qualcuno mi dice che l’uomo che abita in quell’appartamento al piano terra ha tentato il suicidio ma si è salvato, lo stanno portando in ospedale.
Mi ritraggo inorridito, penso che se fosse riuscito nel suo intento probabilmente sarei stata l’ultima persona ad averlo visto vivo. Adesso mi rendo conto che quella che stava scrivendo era una lettera d’addio.
Quest’esperienza mi fa riflettere molto, cerco di capire come possa sentirsi una persona in procinto di suicidarsi e provo anch’io a scrivere un’ipotetica lettera d’addio. Me la leggerei allo specchio.
Troppo spesso, guardando i tuoi occhi ho detto ‘si’ ma pensavo ‘no’, ho soffocato l’amore per il prossimo nel timore di ferire i tuoi sentimenti.
Molte volte ho negato la mia compagnia a chi la meritava, a chi mi amava incondizionatamente e l’ho fatto perché tu non mi davi alternativa.
Ho salutato chi mi ha danneggiato e ho dimenticato chi mi ha voluto bene. Oggi, osservando il mare mi sento solo, nessuno può capire il percorso della mia avventura.
Non so se sono reali le voci che sento in lontananza, forse fanno parte dei miei ricordi, m’insospettisce il fatto che ne riconosco qualcuna, si..sicuramente appartengono al mio vissuto.
Chi mi ama veramente non mi rinfaccerà mai di averlo trascurato, non ha bisogno di chiedermi il perché, conosce la verità.
Troppo spesso ho violentato il mio io per non ferire il tuo, ma non ce la faccio più.
Uccidersi non ha senso, la vita è troppo bella per sciuparla e poi che valore ha ammazzarsi? Ucciderò il passato quindi, perché io amo vivere, non potrei morire in pace pensando di non vedere più l’azzurro del cielo e sentire il calore del sole sulla pelle. Come farei a riposare in pace sapendo che la barchetta d’Ignazio è attraccata al porticciolo di Puerto la Cruz che mi aspetta per prendere il largo sul mare arricchito dal riflesso del sole al tramonto..
Uccidendomi non vedrei più gli occhi di chi mi ama e di chi ha bisogno delle mie parole.
Non posso uccidermi perché quel bambino povero di Caracas quel giorno mi ha sorriso, mi ha preso per mano e per qualche minuto ha capito cosa significava avere un padre, il suo era scappato da anni e la sua mamma era sola in una baracca. Quel cucciolo d’uomo aspetta che io torni con le caramelle italiane.
Ci penserà qualcun altro a farmi morire, per il momento preferisco vivere. Morire è troppo semplice, bisogna vivere e guardarsi intorno, ci sono miliardi di occhi che aspettano di capire cosa sta accadendo alla loro anima.
Non sono giovanissimo ma a te che sei giovane ti chiedo di non sciupare la vita, se vivi un disagio lavoralo come si lavora il metallo nelle fucine, non offrire l’occasione a nessuno di mettere a repentaglio la tua vita, anche se ti senti solo sei prezioso per qualcuno…
Ho camminato lungo gli impervi sentieri della mia vita e ripercorrendo a ritroso la mia strada mi rendo conto che ho tanta voglia di vivere. Sono vivo più che mai come quando ero bambino e mi costruivo una capanna sotto l’albero di avocado nel patio di casa sognando di essere su un’isola deserta, ma vedevo mia madre che rassettava la casa e sentivo il naso umido del mio cane che veniva a trovarmi di tanto in tanto. Come potrei uccidermi? Ho ancora molte cose da fare. Dico addio a quel passato dove ho vissuto prigioniero e do il benvenuto al presente.

giugno 19, 2006

La femminilizzazione del mondo







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La femminilizzazione del mondo

Il mondo diventa donna, si perde così l’altra metà del cielo.
Ritorniamo ai cori femministi: “il corpo è mio e lo gestisco io”. Nel mondo di un genitore, però, questo non ha senso perché un figlio diventa figlio di mamma a anche di papà già al suo concepimento.
Nel momento in cui viene escluso il padre, ritenendo che l’aborto sia roba da donne, torniamo a quel femminismo ormai superato. La pari genitorialità è anche pari opportunità. La pari opportunità richiesta a gran voce da molte donne ormai ha sforato diventando potere di famiglia. Siamo giunti alla femminilizzazione del mondo e della società. Parlando col mio amico Marco, anche lui padre, abbiamo concluso che non sono pochi i figli che stanno rimanendo senza la figura del padre.
Tantissime le donne, anche separate, invece, che ritengono indispensabile la figura del padre. Quando una coppia di sposi decide di separarsi deve comprendere che la separazione tra coniugi non implica, in nessun caso, la separazione dai figli. Loro devono continuare il rapporto con la mamma e con il papà.
Un padre ti ama in maniera diversa da come ti ama una mamma, è un equilibrio che nessuno deve spezzare, perché nessuno può arrogarsene il diritto e nemmeno può decidere sulla vita e sulla morte di un bambino.
Recenti studi e indagini hanno evidenziato che l’avvicinamento alla droga da parte di bambini è aumentato moltissimo negli ultimi anni. La maggioranza di questi ragazzini sono figli di separati e, come se non bastasse, molti di loro non hanno più contatti con il padre.
Ma ci rendiamo conto che manca qualcosa? La femminilizzazione del mondo sta portando a sentire la necessità di auto consolarci, magari facendo uso di droghe perché non abbiamo più un riferimento che ci aiuti a rialzarci, un sostegno basato certo sull’amore ma anche sulla certezza che la vita è fatta di amore dolcissimo e sentimenti teneri ma anche di lavoro e di responsabilità.
Il bellissimo e insostituibile amore della mamma se unico diventa un bisogno essenziale, fintanto che siamo bimbi non ce ne accorgiamo ma entrando nella vita da adolescenti ed adulti ci rendiamo conto che siamo stati privati di un riferimento paterno. Non riusciamo a integrarci in maniera serena e ci affidiamo a quello che ci offre la strada, qualcosa che ci illuda che in nessun momento della nostra vita rimarremo senza la dipendenza di qualcosa o di qualcuno. Non cresceremo mai, gli uomini non saranno mai uomini e le donne rimarranno orfane della loro parte ‘maschile’ che è quella che naturalmente rinforza l’animo.
La televisione propone un mondo di bellezza femminile, un sole che gira intorno ad occhi di donna e cuori di miele. Non abbiamo riferimenti e quest’allontanamento del padre e della figura maschile come relegata a un ruolo secondario se non nullo, non fa bene allo sviluppo psichico del bambino.
Insieme alle unioni Gay, al WWF, bisognerebbe creare un organismo che si occupi della figura del padre ormai in estinzione. Se vogliamo ripristinare un equilibrio, lo dobbiamo anche ai nostri figli.
Indispensabile per il corretto sviluppo del maschio e della femmina.

Altrimenti dobbiamo prendere atto di quello che dice il ‘Coronel Milza’. Che, con il suo mini filmato, sta ottenendo un grossissimo successo.
Dietro le parole apparentemente comiche del coronel si celano le verità più scottanti.

Post in evidenza: Laurea honoris causa a Mario Vargas Llosa- Carlos Gullì per Università di Torino

Il paradosso dell’antieroe: quando la luce interpreta l’ombra / El paradoja del antihéroe: cuando la luz interpreta la sombra

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