maggio 28, 2020

I pomeriggi a Caracas [Aquellas tardes en Caracas]




I pomeriggi a Caracas
Tratto dal libro “Ancora una volta ho perso il treno”

Verso le 16 mi sedevo in terra, nel giardino del patio di casa, il sole era caldo e a volte soffiava una leggera brezza che faceva ondeggiare leggermente e monotonamente le foglie delle piante che erano cresciute audaci al clima tropicale. Il sole accecante mi costringeva ad arricciare il naso, erano momenti di semplice serenità che non posso dimenticare.
Da lontano la musica arrivava a colorare quei pomeriggi che non avevano niente di particolare e che non sapevo sarebbero rimasti nella mia mente per sempre.
Quante volte ho ricordato quei momenti ...Moltissime, ogni volta che sentivo la rabbia  impadronirsi di me. Quando il male mi costringeva a letto, lontanissimo da Caracas, migliaia di km, il mio ricordo andava a quei momenti lontani ma presenti.
Il profumo dei fiori esotici mi ipnotizzava e capivo di essere un’umile creatura nel posto più recondito della Terra.
Quando mi ritrovai in Italia, nell’ombelico del mondo, dimenticai quei pomeriggi e non sapevo che presto quel semplice ricordo sarebbe ritornato fortissimo a rammentarmi di essere una piccola e insignificante creatura.
Viaggiai molto, partendo da Milano andai in America e poi in Oriente e tornai ancora in Italia, ma inconsciamente udivo il richiamo di quel patio tranquillo dove le foglie ondeggiavano stanche.
Solo una volta decisi di andare a visitare quella zona del mondo che si chiama ‘Canaima’, in Venezuela, quel posto mi trasmise l’impotenza e la piccolezza di ogni essere umano. Cosa importava cosa stessero facendo i grandi del mondo mentre passeggiavo e mi inerpicavo nella foresta amazzonica. Ero solo e sicuramente in quella zona non sarebbero cadute bombe dal cielo, certamente no.
A Caracas lavorava Chávez, in qualche modo ci stava ingannando ma come saperlo in anticipo? Soprattutto cosa importava in quel momento? Quanti anni vissuti chiusi nella gabbia di una vita stilata dal resto del mondo. La scuola, il lavoro, il matrimonio e poi trovarsi soffocati in un vortice di cose tutte sempre uguali.
Che bello tornare ad essere un ragazzo di strada, un po’ di musica vicino alla fontana del paese, due passi e lavorare per tirare avanti. La voce amica dei campesinos oppure dei miei compagni d’avventura giornaliera, dalle favelas ai grattacieli del este.
A cosa serve lottare per avere molti soldi? Aspettare  il Natale a Caracas, quando le donnine cominciavano a preparare le ‘hallacas’ e quando le minitiendas si vestivano a festa per mostrare ai turisti gli oggetti dell’artigianato locale.
Meglio calpestare la sabbia figlia del corallo, nella solitudine più assoluta e nella sicurezza di non sentirsi nessuno, niente di niente. Umile spettatore dello spettacolo fermo della natura, e se in quel preciso istante arrivasse la fine del mondo sarei pronto ad entrare nel mio mare per sparire per sempre.

Le palme ondeggianti delle spiagge si presentavano all’improvviso, dopo l’ultima curva a bordo della vecchia macchina americana di papà ed eccole tutte in fila, spettinate e allegre, quando papà ci portava al mare.
Capivo che la zona dei bagni era vicina perché cresceva il numero di quei modesti spacci dove si vendevano enormi blocchi di ghiaccio da mettere nei grossi refrigeratori portatili in modo da tenere fresche le nostre bevande per tutto il giorno. La spiaggia era di quelle popolari, niente di speciale ma era la mia spiaggia, il mio mare verde smeraldo.
Di sera tornavamo a casa, eravamo sporchi di sabbia e un po’ bruciati dal sole, non c’erano le docce su quella spiaggia, non era un centro turistico per ricchi ma solo il mar dei Caraibi più popolare e popoloso.
Papà era semplice nei suoi gusti, un italiano e insieme alla mamma erano diventati una specie di miscela italo venezuelana.
Che bella era la mia vita di bambino in Venezuela. Ascoltando i racconti degli amici di famiglia, mi ero fatto la mia idea di come fosse l’Italia e desideravo molto trasferirmici, quando questo accadde mi considerai la persona più fortunata del mondo, ma questa allegria durò poco, miscelandosi alla nostalgia.
Passeggiando per la avenida San Martin mi capitava di vedere i chioschi dove venivano stritolate le canne da zucchero, veniva utilizzato una sorta di torchio, si ricavava il dolcissimo succo che, insaporito e aromatizzato da qualche goccia di limone tropicale, diventava un bevanda deliziosa.
La domenica sera la vivevamo in una specie di scena italiana caricaturizzata, si cenava con amici italiani e poi tutti insieme, genitori, figli e nonni, si andava a mangiare il gelato ‘italiano’ in una gelateria italiana nella zona più italiana di Caracas. In quel momento mi sentivo diverso, ero italiano ma sapevo che all’indomani sarei ritornato criollo.
Dove sei papà? Perché non mi prendi ancora per mano e mi porti sulla tua vecchia auto dove mi scioglievo dal caldo? Aspetto ancora la fine di ogni mese, quando mi accompagnavi dal barbiere italiano per farmi tosare come piaceva a te.
Spero di tornare a Caracas e, malgrado tu non ci sia più, vorrei ritrovarti nell’aria, nel profumo dei fiori, dietro ad un vetro rotto di una casa qualunque di San Martin, sulla bocca della gente che mi racconta di te. Andrò con mamma al mercato come quando ero piccolo e, mentre ci avventureremo tra le bancarelle speziate, ti penseremo intensamente. Abbiamo bisogno della tua guida oggi più di ieri, ripeterò a voce bassa la frase che mi hai detto in sogno: ‘siamo gli uomini del coraggio’. Tornerò in quel patio a sentire il venticello caldo che fa ondeggiare le foglie.

[Ancora una volta ho perso il treno – Cosmo de la Fuente]



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Aquellas  tardes en Caracas.


Alrededor de las 4 de la tarde, me sentaba en el suelo, en el jardín del patio de la casa, el sol estaba tibio y a veces soplaba una ligera brisa que hacía que las hojas de las plantas que se habían vuelto audaces en el clima tropical se balancearan de forma leve y monótona. El sol cegador me obligaba a arrugar la nariz, eran momentos de simple serenidad que no puedo olvidar.
Desde lejos, la música coloreaba esas tardes que no tenían nada en particular y que no sabía que permanecerían en mi mente para siempre.
Cuántas veces he recordado esos momentos ... Muchas, cada vez que sentía la ira apoderarse de mi. Cuando el mal me obligó estar eb la cama, muy lejos de Caracas, a miles de kilómetros, mi memoria iba a esos momentos distantes pero presentes.
El aroma de las flores exóticas me hipnotizaba y entendía que era una criatura humilde en el lugar más escondido de la Tierra.
Cuando me encontré en Italia, en el ombligo del mundo, olvidé esas tardes y no sabía que pronto ese simple recuerdo volvería con mucha fuerza para recordarme ser una criatura pequeña e insignificante.
Viajé mucho, llegué a Milán, fui a América y luego al Oriente y regresé nuevamente a Italia, pero inconscientemente sentía la llamada de ese tranquilo patio donde las hojas se balanceaban cansadas.
Solo una vez decidí ir a esa zona del mundo llamada Canaima en Venezuela, ese lugar me transmitió la impotencia y la pequeñez de todo ser humano. ¿Qué importaba lo que estuvieran haciendo los grandes del mundo mientras caminaba por la selva amazónica? Estaba solo y ciertamente en esa área las bombas no habrían caído del cielo, claro que no.
Chávez trabajaba en Caracas, de alguna manera nos engañaba, pero ¿cómo saberlo de antemano? Sobre todo, ¿qué importaba en ese momento? Cuántos años viví encerrado en la jaula de una vida elaborada por el resto del mundo. La escuela, el trabajo, el matrimonio y luego encontrarse sofocado en un vórtice de cosas que siempre son lo mismo.
Qué agradable volver a ser un chico de la calle, un poco de música cerca de la fuente del pueblo, dos pasos y un simple trabajo para sobrevivir. La voz amistosa de los campesinos o de mis compañeros de aventura diarios, desde las favelas hasta los rascacielos del este.
¿De qué sirve luchar por mucho dinero? Esperando la Navidad en Caracas, cuando las mujeres comenzaban a preparar las 'hallacas' y cuando las minitiendas se vestían para mostrar a los turistas los objetos de artesanía local.
Es mejor pisar la arena hija del coral, en absoluta soledad y en la seguridad de no sentirse  nadie, nada en absoluto. Humilde espectador del inmóvil espectáculo de la naturaleza, y si en ese preciso momento hubiera llegado el fin del mundo, habría estado listo para entrar en mi mar y desaparecer para siempre.

Las palmeras oscilantes de las playas aparecían repentinamente, después de la última curva a bordo del viejo auto estadounidense de papá y ahí estban todas juntas, despeinadas y alegres, cuando papá nos llevaba a la playa.
Comprendía que el área del baño estaba cerca porque la cantidad de los modestos puntos de venta crecía, donde se vendían enormes bloques de hielo para colocarlos en grandes refrigeradores portátiles para mantener nuestras bebidas frescas todo el día. La playa era popular, nada especial, pero era mi playa, mi mar verde esmeralda.
Por la noche nos íbamos a casa, sucios de arena y un poco quemados por el sol, no había duchas en esa playa, no era un centro turístico para los ricos, sino solo el mar Caribe más popular y poblado.
Papá era simple en sus gustos, un italiano y, junto con mi madre, se habían convertido en una especie de mezcla italiana venezolana.
Qué hermosa fue mi vida de niño en Venezuela. Al escuchar las historias de amigos de la familia, tuve mi idea de cómo era Italia y realmente quería conocerla, cuando esto sucedió me consideré la persona más afortunada del mundo, pero esta alegría no duró mucho, mezclándose con la nostalgia.
Caminando por la avenida San Martín, observaba los quioscos donde se trituraban las cañas de azúcar, se usaba una especie de prensa, el resultado era el jugo muy dulce que, aromatizado por unas gotas de limón tropical, se convirtía en una deliciosa bebida.
El domingo por la noche lo vivíamos en una especie de escena italiana caricaturizada, cenábamos con amigos italianos y luego, todos juntos, padres, hijos y abuelos, a comer helado 'italiano' en una heladería italiana en la zona más italiana de Caracas. En ese momento me sentía diferente, era italiano pero sabía que al día siguiente volvería a ser Criollo.
¿Dónde estás, papá? ¿Por qué no me tomas de la mano y me llevas con tu viejo auto donde me derritía por el calor? Todavía espero el final de cada mes, cuando me acompañabas al barbero italiano para que me cortaran el pelo como tú querías.
Espero volver a Caracas y, aunque ya no estás allí, me gustaría encontrarte en el aire, en el aroma de las flores, detrás de un vidrio roto de una casa común de San Martín, en la boca de las personas que me hablan de ti. Iré con mamá al mercado como cuando era niño y  nos aventuraremos entre los puestos picantes del mercado, pensaremos en ti intensamente. Necesitamos tu guía hoy más que ayer, repetiré en voz baja la frase que me dijiste en un sueño: "somos los hombres del coraje". Regresaré a ese patio para sentir la brisa cálida que hace balancearse las hojas.

[Cosmo de la Fuente – extracto del libro : “Ancora una volta ho perso il treno”]



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