3/13/12

Miguel Angel Berna; mette in un angolo Joaquin Cortes



E' lui l'erede, Cortes pul farsi da parte, ormai.

Inaugura il Festival internazionale della danza 2012 (6 marzo-22 aprile) lo spettacolo Mudéjar... bailando mi tierra della compagnia spagnola di Miguel Angel Berna, virtuoso della jota, la danza nazionale spagnola per eccellenza. Nel segno della contaminazione, cifra culturale specifica di un paese come quello iberico, il ballo incrocia la musica di ogni genere e luogo in declinazioni differenti che partono dall’arte medievale, che dà il nome all’esibizione.


Ballo e musica dal vivo, quella di un’orchestra di sei elementi e di una cantante mozzafiato, traghettano il pubblico nei crocevia europei della cultura e dell’arte: si va dall’etnico mediorientale al folk irlandese, dalle ballate gitane senza una precisa collocazione alle note swing di origine francese. Travolgente e affascinante lo spettacolo porta sul palco la libertà e le passioni, che emergono da coni d’ombra per lasciarsi illuminare dai ballerini, agili e armonici. I loro movimenti si traducono in un’espressione dell’esistenza che perdura al tempo mentre le nacchere, impazzite e brillanti tra le mani, sembrano le stimmate luminose di corpi che prolungano le note.


A guidarli è Miguel Angel Berna che, leggero e imponente, interpreta con anima e corpo una danza che nulla ha da invidiare al flamenco di Joaquín Cortés. Con estremo e infaticabile equilibrio Berna scivola frenetico e scattante sul suolo, come uno scorpione vibrante sulla sabbia della sua “tierra”, pronto ad affascinare chi gli sta vicino con il veleno che scorre nel sangue delle sue braccia e delle sue gambe, fulminei come i battiti d’ali di un calabrone. Il suggestivo corpo del danzatore, che si alterna a quello dei suoi allievi vestiti di nero o nelle tonalità di quell’arancio che ricorda l’aureola di una fiamma infuocata, diventa un’estensione fisica della memoria e della tradizione. Si ha l’impressione che l’étoile della jota, così perfetto da sembrare quasi meccanico, sia teso e morbido contemporaneamente, come se gli arti diventassero le lance appuntite di un orologio che si ferma miracolosamente per un’ora e trenta.

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