luglio 27, 2007

Il Venezuela di Alejandro




Libertad en Venezuela

Alejandro C., prima di diventare un oppositore dell’attuale governo venezuelano, fu il fondatore del movimento ‘Quinta República’. Prese le distanze dal governo chavista dopo gli incresciosi eventi che nell’aprile del 2002 si conclusero con la morte di non pochi pacifici manifestanti.
Molti gli amici e i conoscenti che mi avevano parlato di Alejandro, un uomo che rivendicava il diritto ad essere liberi in Venezuela. Finalmente riuscii ad entrare in contatto con lui e,grazie all’aiuto di un amico, ottenni un appuntamento al cafetìn ‘Las tres esquinas’ ad Altamira, una zona non lontana da quella dove tre anni prima si erano svolti i fatti. Sedemmo ad un tavolino per circa un’ora. Mi disse subito che i venezuelani sentivano la necessità di chiedere la revoca del mandato presidenziale. Diritto che veniva esercitato in maniera civile e pacifica.
Gli chiesi: “tu perché ritieni che il presidente debba essere revocato?” Non avevo nemmeno finito la frase che vidi Alejandro sgranare gli occhi come  se cercasse di mettere a fuoco il mio sguardo e sono sicuro che per un attimo ebbe il timore che anch’io potessi essere un traditore e mi rispose così: “ le ragioni sono molte e lunghe da spiegare, il motivo principale è che questo governo ha fallito in tutto. La corruzione è cresciuta, la povertà è aumentata, la disoccupazione raddoppiata, l’insicurezza sociale sempre più preoccupante e i servizi pubblici bivaccano nell’abbandono più completo”. Mi disse anche che i discorsi del presidente in qualche modo producevano violenza e che citando continuamente le parole di Simon Bolivar toccava un tasto sensibile dei venezuelani, i quali lo considervano un eroe morto per la libertà e l’indipendenza. Diritti che invece sono assenti in Venezuela dal 1998. Il mio interlocutore mi disse anche che Bolivar lottava sul campo per rendere liberi gli uomini mentre il golpista in questione comandava dalla sua cabina di regia e decideva sulla vita di tutti senza diritto di replica, da dittatore. A questo punto gli chiesi la sua versione dei fatti dell’aprile 2002 e dopo avermi elencato i nomi di alcuni giovani manifestanti barbaramente uccisi da bande sospettate di essere vicine al governo, cominciò il suo racconto.
“Quel giovedì 11 aprile del 2002 si sviluppò a Caracas una marcia pacifica di opposizione al governo, che partiva dal Parque del Este (zona Altamira) per continuare fino al Palacio Miraflores, residenza del presidente. Giunti nei pressi del palazzo moltissime persone furono colpite da pallottole provenienti da armi da fuoco impugnate da gruppi di finti manifestanti che avevano marciato insieme agli altri e che in seguito si erano staccati dalla massa per portare a termine il compito omicida. La maggior parte dei fotografi furono inspiegabilmente uccisi. Un video eseguito da una terrazza delle vicinanze, però, mostrava alcuni individui vestiti con abiti pressoché uguali nei colori, come una sorta di uniforme, sparare ad altezza d’uomo, non lontani da essi dei militari della “Guardia Nacional” e poliziotti nell’atto di sparare verso lo stesso gruppo di persone. Nei giorni successivi fioccarono arresti irregolari che spesso furono eseguiti entrando di forza in abitazioni private. Successivamente vi furono altri disordini e nuove vittime in diverse zone della città. A questo punto Alejandro mi guardò ancora diritto negli occhi e mi disse: “ ti sembra questo un governo democratico? Ma la conferma che qualcosa di strano era avvenuta la si ebbe quando le televisioni, imbavagliate, non raccontarono i fatti, trasmisero solo il discorso del presidente che nella sua versione ,all’acqua di rose, raccontava di alcuni disordini che avevano causato solo due o tre morti per incidenti involontari. Ci stiamo incamminando verso un sistema dittatoriale spietato e illegittimo. Noi figli di Bolivar aborriamo la falsità dei discorsi di questo capo di Stato che dice di continuare l’opera del grande libertador ma che in realtà è soltanto un “loco” che, con la complicità del dittatore cubano, ci porterà alla distruzione”.
A questo punto Alejandro si alzò di scatto dalla sua sedia e se ne andò dopo avermi salutato con un ‘adios’ . Io rimasi ancora per un po’ seduto a quel tavolo, con le tazzine piene di caffè rimasto imbevuto, guardandomi intorno e soffermandomi sui volti dei camerieri e dei clienti che certamente erano ignari del rischio reale che correva il nostro paese. Le note di una bella canzone d’amore al ritmo di salsa romantica mi donavano momenti pregni di tristezza e speranza. Tristezza per quanto stava accadendo e speranza che la forza di Alejandro contagiasse tutti come aveva contagiato me.
Cosmo de La Fuente
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VENEZUELANO NON LASCIARTI INGANNARE
VENEZOLANO ARRECHATE
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luglio 25, 2007

I bambini venezuelani chiedono aiuto



Los “niños” de Venezuela chiedono aiuto

Già da piccoli cantiamo “Alma Llanera”,joropo nazionale che è per noi un inno alla libertà. Nelle parole di questo tema musicale convivono l’allegria e l’orgoglio di appartenere ad un paese noto per aver dato i natali ll’eroe ‘Simon Bolivar’.
…Yo nací en esta ribera del arauca vibrador…soy hermano de la espuma, de las garzas, de las rosas.
Un vero canto alla felicità che balliamo nel patio della scuola materna insieme alle maestrine dalla pelle ambrata e dal sorriso bianchissimo.
Mentre il sole tropicale scalda i pomeriggi giochiamo a baseball e ogni tanto sbaciucchiamo le morbide guance delle nostre mamme.
Suoni e voci familiari, rassicuranti, persino le vecchie auto americane tutte ammaccate sono una caratteristica dell’atmosfera del nostro paese. Siamo cresciuti con la libertà negli occhi. Diventiamo grandi, parliamo di donne, balliamo, giochiamo e, improvvisamente, arriva uno che ci toglie la libertà e vuole costringerci a dire e a pensare quello che non vogliamo né dire nè pensare.
Siamo malati di povertà , ora più che mai, inoltre ci sta soffocando l’impossibilità di goderci serenamente le strade variopinte delle nostre amate città. Al governo si sono alternati troppi personaggi corrotti e abbiamo sbagliato a lasciarli fare, siamo uccelli in gabbia.
Le sinistre dei paesi sviluppati si entusiasmano un po’ troppo parlando di Hugo Chavez, il colonnello che si dichiara nemico dell’America e paladino dei poveri. Non tengono conto, però, dell’oscuramento di tutti i tipi di libertà dell’individuo. Carlos Sabino, dottore in Scienze Sociali e professore dell’Università Francisco Marroquín, fa luce su alcuni punti che distrattamente o forse volontariamente le sinistre non considerano. Durante i sei lunghi anni di governo della sua ‘Revolución bolivariana”, il tenente colonnello, grazie agli introiti petroliferi, ha ricevuto ben 121.000 milioni di dollari, molto di più di quanto hanno ricevuto i suoi predecessori. Sono circa 20.000 milioni annui, una cifra da invidia a qualsiasi altro paese sudamericano.
Questa cifra, però, non è bastata a migliorarci, anzi, nei primi cinque anni di amministrazione di Chavez il debito pubblico è passato da 27.000 a 45.000 milioni di dollari. Qualsiasi mente di sinistra potrebbe dire: “ vuol dire che sono migliorate le condizioni di vita in Venezuela”. Nemmeno a pensarci!
L’economia non solo non è cresciuta ma si è ridotta mentre la popolazione è aumentata. La produzione totale del paese è diminuita dell’ 11%; facendo due conti possiamo facilmente stabilire che ogni venezuelano ha un introito inferiore del 25% rispetto al periodo precedente all’arrivo del golpista. Tutto questo è avvenuto per la perdita di fiducia alla proprietà privata e per l’aumento di spese statali che non c’entrano nulla con la popolazione.
Quella del Venezuela è l’inflazione più alta di tutti i paesi dell’America latina. Gli alimenti che sei anni fa costavano ad esempio 100 bolivares, oggi costano 400, mentre gli stipendi sono cresciuti da 100 a 250. E che stipendi!!
Un operaio venezuelano di oggi ha un potere d’acquisto inferiore del 35% rispetto a cinque anni fa. La disoccupazione è arrivata al 15%. E’ evidente il motivo di questo spaventoso aumento della povertà nel paese. Tutto questo ha causato una denutrizione dei bambini venezuelani e un aumento delle malattie infantili. Queste incertezze rendono insopportabili i falsi discorsi di questo presidente e le sue promesse. Tutta demagogia e culto della violenza.
Se questo è il nuovo comunismo si salvi chi può! A tutti coloro che stanno appoggiando questo tipo di amministrazione chiedo gentilmente di non elogiare le malefatte del governo venezuelano. Anche noi abbiamo bisogno di un governo moderato, attivo e moderno. Un attento esame dei programmi politici e dell’operato del governo italiano negli ultimi cinque anni, mi ha portato alla conclusione che soltanto il liberalismo ha dimostrato sensibilità per la famiglia e un occhio di riguardo verso i ‘veri’ poveri attraverso un’organizzazione intelligente e moderata. Ne consegue una sana crescita fisica, psichica e intellettiva dei bambini italiani e quindi la serenità dei genitori.
Completamente diversa la situazione venezuelana e della maggior parte dei paesi latinoamericani dove si fa del comunismo e della dittatura un sistema di governo. Non merita apprezzamenti chi costringe alla fame i bambini indifesi per arricchire il proprio arsenale di guerra .
Los niños de Venezuela chiedono aiuto.
Cosmo de La Fuente
(articolo prelevabile citando nome e fonte)

luglio 24, 2007

Falsi politici


Ci sono i falsi d'autore e ci sono i falsi politici, Chavez è riuscito a fregare tutti. Ha fatto credere anche ai comunisti di essere uno di loro, in realtà è soltanto un dittatore che si prepara alla guerra. A grande richiesta alcuni pezzi che sono stati cliccati centinaia di migliaia di volte. Ma ne trovate a volontà su google, basta scrivere 'cosmo de la fuente chavez'.
Tutti di Cosmo de La Fuente

Chavez: il Ceaucescu venezuelano. Segni particolari: pazzo e tiranno

Occorre stoppare il despota Hugo Chavez. La chiusura della più antica televisione venezuelano è il segnale di come stia male la democrazia e la libertà di pensiero nel paese.
Enrique è alla guida della vecchia jeep che ci porta verso Punto Fijo, cittadina nel nord ovest venezuelano, non lontana dalla laguna di Maracaibo, la zona petrolifera del nostro paese. Il mio amico guida nervosamente, si dice felice di rivedermi e durante il tragitto mi racconta come la sua famiglia e tutti i suoi parenti stiano vivendo l’attuale situazione venezuelana. Il padre di Enrique è di origini italiane mentre la madre è originaria di Maracaibo. Una vita fatta di piccoli sacrifici e voglia di raggiungere un posto al sole, una piccola azienda per la surgelazione di gamberi e frutti di mare che erano poi distribuiti in tutto il mondo. Un’azienda familiare che funzionava abbastanza bene e che improvvisamente ha conosciuto la crisi più nera. Il governo non permette che si prendano delle iniziative commerciali o quant’altro, qualsiasi piccolo imprenditore è costretto a stare con le mani legate e quindi a chiudere. Gli operai della “Mariscos Centilli” sono rimasti tutti senza lavoro, ognuno di loro ha una famiglia e dei figli, ma a nessuno importa che siano rimasti disoccupati, tanto meno al jefe che invece non fa altro che parlare di socialismo. Enrique guida e parla mentre le ruote del fuoristrada finiscono continuamente nelle numerose buche del manto stradale, sono quasi voragini, all’interno dell’abitacolo i sussulti sono talmente forti che, per non sbattere la testa da qualche parte, si è costretti a viaggiare tenendosi da qualsiasi appiglio disponibile. Sono contento, finalmente respiro di nuovo l’aria del mio paese e sento di nuovo i profumi dei fiori e delle spezie che arrivano alle narici mentre passiamo dai piccoli centri abitati, dove le donne, nell’impossibilità di acquistare carni pregiate e formaggi costosi, friggono i platanos e scaldano i fagioli neri speziati al cumino. Quasi leggendomi nel pensiero Enrique interrompe le mie riflessioni e mi dice: ‘questa gente non soffre per la mancanza di cibo, sono anni che vivono in questa situazione, la cosa peggiore, per loro, è la mancanza di libertà che cominciano ad avvertire, inizialmente avevano creduto alla rivoluzione sociale ma ora si rendono conto che la qualità è peggiorata moltissimo e che non esiste più sicurezza nemmeno di vivere”. Ricordo Enrique da adolescente, sempre allegro e ricco di iniziative, amante della musica e del ballo, sentire ora le sue parole mi intristiscono. In serata arriviamo a casa sua e incontro tutta la famiglia, i ricordi di quando eravamo ragazzi a Caracas, prima del trasferimento a Punto Fijo, ritornano tutti per regalarci qualche ora di serenità. Quando il padre di Enrico parla di Chavez abbassa la voce, come se temesse che anche in casa sua qualcuno lo possa spiare. Sorrido meravigliato per questo e lui, vecchio saggio, mi guarda dritto negli occhi e con la determinazione tipica del meridione italiano, con un linguaggio misto tra spagnolo e napoletano mi dice: “non sorridere, io questi comunisti li ucciderei tutti”. Vengo a conoscenza di fatti che da soli potrebbero riempire le pagine di un libro di suspence e dei thriller più scioccanti, storie di spionaggio e cose che in Venezuela non mi sarei mai aspettato che potessero accadere. Di fronte alla mia riluttanza e incredulità mi mettono sotto al naso la nuova costituzione bolivariana, fresca fresca, progettata dall’attuale governo che, mascherato da socialismo, in realtà nasconde un’anima comunista della peggiore specie. Le prime due leggi che mi vengono agli occhi si occupano del tradimento di pensiero, sono previsti, cioè, fino a sei anni di carcere per chi fa della propaganda contro il governo. Alla faccia della democrazia! Alla faccia di chi ha osato definire la trasformazione del Venezuela un risultato della democrazia più grande dell’America latina. Bugie! Solo bugie. Cosa significa la costituzione bolivariana? Bolivar è morto da tantissimi anni e non sapeva nemmeno cosa fosse la rivoluzione industriale. Improvvisamente pare che Simon e Chavez siano un connubio indissolubile, tanto che le parole di uno vengono confuse con quelle dell’altro e parlare di uno o dell’altro sia la stessa identica cosa. Simon Bolivar diventa incredibilmente un sostenitore di Carlo Marx, mentre Chavez è in realtà il ritorno in carne del libertador. Simon chiedeva, però, la vita e la libertà per la gente, viveva in povertà, mentre il presidente venezuelano vieta il libero pensiero e vive negli sfarzi come un nababboe che spenda milioni e milioni di dollari per pubblicizzare la sua corrente comunista. Un paese libero e sincero come il Venezuela diventa bersaglio di meschini sotterfugi per cancellare la memoria, la storia e la libertà d’espressione. Vengono censurati i libri di storia, le parole in tv, i giornali e non esiste alcuna possibilità di opposizione. I venezuelani all’estero, grazie anche a Internet, denunciano questo stato di cose e non possono rimanere impassibili di fronte alle false affermazioni per cui in Venezuela tutto starebbe andando per il meglio. Sia benedetto l’arrivo di Internet che diventa in questo momento l’unica possibilità d’espressione. Questa rivoluzione non è la nostra, questo è soltanto l’anticamera del comunismo cubano. In Italia si è liberi, non si viene perseguiti legalmente perché non approvi quello che fa il governo, non si va in galera perché dici quel che pensi o sei contrario al governo.
CdF


Chavez: quando i pazzi non si sentono Napoleone. E’ più pazzo chi governa o chi l’ha nominato presidente?

Chavez non crede di essere Napoleone, come qualsiasi pazzo che si rispetti, ma crede di essere Simon Bolivar. Spesso, durante i suoi proclami, lascia una sedia vuota in modo che il Libertador possa occuparla, qualcosa che sicuramente è molto improbabile. Bolivar è morto 170 anni fa e non ci è dato sapere se le anime possano stancarsi, anche se si dimostrasse che i defunti si stancano, Bolivar, che era un uomo molto attento, sicuramente in presenza di Chavez vorrebbe stare in piedi e molto vicino alla porta d’uscita. In ogni caso, ancora più pazzi di Chavez sono quei pochi che l’hanno votato, sappiamo come sono andate le elezioni, qui a Caracas si sa che abbiano avuto diritto al voto anche i cubani e i musulmani invitati. Perché sono pazzi? Facile da dimostrare. Un pazzo, secondo la definizione più estesa, malgrado non sia scientifica, è colui che confonde la finzione con la realtà. Uno che agisce contro la ragione, il senso comune e la propria esperienza.
I venezuelani, per esempio, si sono sempre ritenuti vittime di governi arbitrari che impunemente hanno sperperato i soldi della collettività per mezzo di funzionari corrotti. Molto cauti si sono guardati intorno e hanno scelto un militare che ha usato i soldati per polverizzare l’ordine istituzionale. La più grande violazione della legge! Hanno consegnato il paese nelle mani di un golpista che nel 1994 è uscito di galera, dove era stato rinchiuso per tentato golpe, grazie ad un indulto. Lo hanno autorizzato a mettere le mani nelle ricchezze del paese.
Chavez continuerà a sperperare i soldi e a pretende maggior autonomia nella Costituzione. Ha già formalizzato un contratto petrolifero con l’altro pazzo dei Caraibi, Fidel Castro. Questo passo costerà ai venezuelani molti milioni di dollari. Perdere soldi a Cuba è una fatalità da cui nessuno è riuscito a scappare. Cuba non è la paradisiaca isola dei Caraibi ma è un pozzo che ingoia tutto ciò che si avvicina. Ai russi è costata più di 100 milioni di dollari, agli argentini 1.200, agli spagnoli 1.000, ai messicani più di 300. Ai venezuelani chissà quanto costerà. Castro è un rivoluzionario sull’orlo del fallimento e Chavez lo segue a ruota, ma ha il petrolio, e pagherà l’esoso conto in favore del suo amichetto cubano a danno di tutti i lavoratori venezuelani.
Questa ‘elemosina rivoluzionaria’, è un malaffare perché nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di usare il denaro pubblico per soddisfare altre nazioni impegnate nei propri errori. Per molto meno e cioè per aver aiutato Violeta Chamorro a sostenersi nel potere, Carlos Andrés Pérez fu buttato fuori a calci nel sedere. Perché Chavez, sentendo l’ irrefrenabile desiderio di aiutare i suoi amici stalinisti, non utilizza, le donazioni dei membri del suo stesso partito politico, o delle forze armate, che ormai sono il suo partito politico,e non i soldi della nazione? Facile fare gli sbruffoni con i soldi altrui.
Il disastro economico del paese deriva dal fatto che il 70% del PIL è arbitrariamente manipolato da funzionari eletti e designati che rispondono ai propri interessi e non a quelli di tutti. Qualcuno ha detto che i politici non sono diversi dagli altri esseri umani. Hanno ambizioni, vanità, progetti individuali e scendono a compromessi; hanno le proprie fobie e cerchie di amici da favorire e nemici di cui vendicarsi. A differenza, però, di quello che accade nella società civile, i politici sparano con armi altrui, sperperando le munizioni degli altri e non le proprie.
Chi deve rendere conto dei propri atti è il politico o il funzionario. Nello sfortunato continente sudamericano avviene il contrario: gli Stati vigilano i cittadini. I venezuelani, che erano stufi di questa perversione, hanno deciso di cambiarla. Come? Dando poteri assoluti ai propri governanti. Non è anche questo un sintomo di pazzia?
Ai fratelli venezuelani mi rivolgo: - è Chavez che comanda e ci toglie la libertà di pensare, di parlare e di sperare in un futuro migliore per noi, per i nostri figli, che non sapranno cos’è la libertà Sta chiudendo le televisioni, dopo RCTV sarà il turno di GLOBOVISION, dopo ci toglierà tutto. Siamo sicuri che vogliamo trasformare il nostro paese in una specie di Cuba? In realtà non posso crederlo. Ma la pazzia è incontrollabile. Chissà che improvvisamente non si impazzisca anche in Italia e si accetti, inermi, che si chiudano giornali e televisioni libere. In fondo è più facile governare un popolo ignorante, tenuto all’oscuro di tutto.
Avveniva in Romania, in Albania e in tutti quei paesi dove si è lottato, con le unghie e con i denti per liberarsi dall’incredibile ferocia della dittatura, che, secondo me, è orribile in tutte le sue tonalità, che sia rossa o che sia nera è soltanto ‘cacca’.
Anche noi, come Celia Cruz, scappando dal nostro paese diremo di essere immortali, perché, lasciando il cuore in Venezuela, non potremo mai morire in nessun’altra parte del mondo. Una speranza c’è, le ultime notizie raccontano che l’Europa ha condannato il gesto di Chavez, che Lula dal Brasile non condivide i suoi metodi stalinisti, allora possiamo sperare che il Venezuela diventi un paese libero. Le foto sono chiare e i messaggi anche, la gente e il popolo è per la strada a chiedere a gran voce la libertà e la democrazia che il dittatore sta cercando di eliminare. Io rispetto il credo politico di tutti, ma qui non si tratta di colori, stiamo parlando di assenza di democrazia.
CdF
Il mio cuore è sotterrato a Cuba

…Nunca podré morir mi corazón no lo tengo aquí.. Cuando salí de Cuba dejé entrerrado mi corazón….

…Non riuscirò mai a morire, sono senza cuore.. Quando scappai da Cuba lasciai il mio cuore sotterrato…

Queste sono le frasi iniziali della straziante canzone “Cuando salí de Cuba” che negli anni settanta echeggiava per le strade di Caracas. Cantava la grandissima Celia Cruz, denominata ‘reina de la salsa’. Un pezzo che toccava il cuore di tutti i latino americani, specialmente quello dei cubani costretti a scappare dalla loro isla grande.
Ero bambino quando, passeggiando con i miei genitori, dai cafetines mi giungeva la voce roca di Celia , malgrado la mia tenera età, dalle parole di questo brano avvertivo un grande dolore.
Mi affascinava pensare ad una persona immortale perché priva del cuore. Queste parole oggi hanno assunto il giusto significato e riescono a toccarmi. I venezuelani degli anni 2000 sono costretti a fuggire dal proprio paese che sta andando alla deriva, emigrano alla ricerca di ricchezza o perchè implicitamente accusati di aver pensato , parlato e dissentito dall’attuale amministrazione chavista. Carlos Fernández, ex presidente della ‘fedecámara’, una sorta di federazione dei commercianti e imprenditori, ne è un esempio. Nel 2002 ha organizzato una protesta contro il governo e un fermo delle attività lavorative. Il suo ardire gli ha procurato un’accusa di “tradimento alla patria” è stato quindi arrestato e poi rimesso in libertà per un vizio di forma nel processo. Dopo aver rischiato più volte la vita e,a seguito della riapertura del suo caso, ha deciso di scappare dal Venezuela per andare a vivere a Miami, da dove racconta la sua incredibile storia: - “ Mi hanno allertato sul fatto che infiltrati cubani sarebbero stati in procinto di sequestrarmi di nuovo. I piedi del governo di Chavez sono a Caracas ma la testa è a La Havana. Il presidente del Venezuela è guidato da Castro, mentre il vero ideatore della revoluzione bolivariana, considerata la palese ignoranza di Hugo, è suo fratello Alan Chavez. Dietro questa devastante ‘ revolución’ si cela una dittatura comunista della peggiore specie. Il presidente è così incompetente che nemmeno si accorge del male che sta facendo. Anche l’economista Ramón Rangel ritiene che Chavez rappresenti il colpo di grazia che sta portando il paese sull’orlo del precipizio. Il suo modo di gestire il Venezuela si ispira al comunismo degli anni quaranta, un periodo completamente diverso dall’attuale. La società venezuelana di questi anni è molto più complessa rispetto ad allora, ‘el jefe golpista’ è solo un rozzo militare che non ha mai avuto contatti con la società civile, quella che oggi tenta di combatterlo e lo porta a circondarsi, in maniera crescente, di militari di basso grado: capitani e tenenti. I ministeri venezuelani sono tutti in mano ai militari.. La mia protesta non è servita a liberare il Venezuela, è stata utile,però, a smascherare il dittatore, costretto a lasciare i panni del democratico per mostrarsi in tutta la sua autorità. Ha organizzato il mio arresto, mi ha fatto sequestrare all’uscita da un ristorante. Quattro uomini incappucciati mi hanno preso di forza, senza nemmeno pronunciare una parola per evitare che riconoscessi il loro accento cubano, certamente appartenenti ai servizi segreti cubani. Abbandonato in carcere non mi è stato concesso telefonare né al mio avvocato né alla mia famiglia e quando sono uscito ho avvertito su di me incombente il pericolo per la mia incolumità.
L’economia venezuelana peggiora di giorno in giorno, manca ormai anche la forza di reagire. Questa stupida amministrazione non ragiona. L’A.L.C.A., l’area di libero commercio tra le Americhe, è diventata una realtà. La globalizzazione è una realtà. Non si arriverà da nessuna parte se non si tiene conto di questo. Ogni paese potrebbe specializzarsi in qualcosa , il Venezuela potrebbe dedicarsi al turismo e all’esportazione dei minerali. Pensiamo alla Spagna, malgrado anni fa fosse considerata una nazione arretrata, è riuscita, grazie ad alcuni governi che hanno aiutato e incrementato l’imprenditoria, ad arrivare al benessere attuale di cui gode l’intera società. Il governo venezuelano, invece, pensa a varare strane leggi che servono solo al proprio tornaconto. La legge antiterroristica, ad esempio, è utile a soffocare ogni forma di protesta; quella sulla patria potestà è efficace contro quei genitori contrari al governo Chavez , i quali, intimoriti dalla possibilità che il governo, con la scusa di una mancata educazione, si porti via i loro figli, stanno zitti e accettano le farneticazioni di una stolta amministrazione. Le stesse leggi sono vigenti anche a Cuba. Castro, infatti, è il prescrivente della ricetta rivoluzionaria”.
Le dichiarazioni di Carlos Fernández non mi hanno shockato più di tanto perché, dopo alcuni anni, ho capito cosa significhi essere nelle mani di un pericoloso ed estremista bellicista. Mi pongo, tuttavia, alcune domande alle quali non so dare risposta.
Di quali deformazioni mentali soffre chi elogia un’amministrazione di questo tipo se, in altre occasioni, si è definita persona moderata?
Se la sinistra italiana estrinseca simpatia per questo progetto distruttivo e assolutistico, mi chiedo su quali principi si basi la presunta superiorità morale di cui si proclama l’icona? Se invece lo fa per scopi elettorali, in nome dei quali arriva persino ad elogiare la tirannide ai danni di un popolo, la bassezza morale appare evidente e si dovrebbe convenire tutti sulla necessità di prendere le dovute distanze da gente di questo tipo.
Non fidiamoci delle apparenze, non prendiamo per vere le bugie che ci raccontano, difendiamo la libertà, aborriamo il comunismo, esecriamo la dittatura, sbugiardiamo i falsi idealisti liberticidi. La vera ricchezza che ha l’uomo è la libertà, non buttiamola alle ortiche.
CdF
Il nuovo messia

La ‘vieja Pancha’ amava parlare e stupire chi l’ascoltava. Nelle calde serate tropicali ci si radunava intorno a quest’anziana donna dai crespi capelli bianchi e dalla voce tremolante. Originaria di Barlovento, si era trasferita a Caracas nei primi anni settanta. La vieja aveva appreso i segreti della magia barloventeña, un’ arte ‘brujera’ tipica di quelle zone, si presentava alle riunioni fornita di foglie, di piante e di ramoscelli secchi che agitava in aria seguendo un rito stabilito. L’anziana masticava foglie di tabacco che sputava un istante prima di comunicare le sue predizioni.
La povertà e l’insicurezza in cui si viveva erano i motivi per cui ci si sentiva attratti da personaggi di questo tipo. Erano molte le persone che, prima di prendere decisioni importanti, si rivolgevano a lei perchè sembrava il mezzo più facile per mediare con Dio. Pancha divenne una figura familiare per tutti gli abitanti di quel quartiere dal momento che era riuscita a dare speranza e sfogo a tanti disperati.
La gente pianse sconfortata alla sua morte improvvisa causata da un infarto. Rimasero tutti orfani del suo volto, della sua voce, del suo profumo floreale, delle sue stravaganze e, soprattutto, delle sue parole di fiducia.
Ero un ragazzino allora e oggi, malgrado non creda in quei poteri da tempo, mi ritrovo ancora a pensare quella donna. A volte sogno Pancha che mi annuncia un evento che sta per accadere e, il fatto che regolarmente la previsione si avveri, mette a dura prova il mio scetticismo. Figuriamoci che effetto farebbe su quelle persone che credono intensamente ai poteri soprannaturali. Non sono pochi i politici italiani e internazionali che si affidano alle carte di sedicenti fattucchiere. Sono passati molti anni da allora , la prostrazione della maggior parte dei venezuelani si è accresciuta, l’unica voce che giunge a loro è quella di Chavez, colui che si professa, niente di meno, il nuovo messia. Una sorta di stregone ‘buono’ che si rivolge al popolo come un padre fa verso i propri figli.
Dopo aver preso il posto di Bolivar il comandante si sostituisce anche alla fede religiosa . La povera gente non ha termini di confronto di nessun tipo ed è vittima di un lavaggio cerebrale che ‘resetta’ i canoni della religione, della scuola, della società , il tutto palesato nella tramutazione del significato dei fatti storici. Un sistema che ricorda quello usato dai capi di organizzazioni integraliste islamiche, i quali addestrano i giovani a desiderare la morte e amare la guerra; ragazzi che, per raggiungere l’agognato paradiso, si trasformano in kamikaze.
Lo stato venezuelano si è inserito ovunque, un burattinaio decide tutto lasciando alla gente due sole scelte: stare dalla sua parte oppure vestire i panni del demonio. A questo punto appare giustificata l’amicizia e l’avvicinamento di due paesi completamente diversi tra di loro ma che hanno in comune l’odio per gli americani: Venezuela e Iran.
A Caracas la confusione e l’inganno regnano sovrani, come ai tempi di Al Capone e di Lucky Luciano quando i padrini mafiosi, per conquistarsi il favore della gente, diventavano sindacalisti e allestivano mense per offrire pasti caldi ai bisognosi. Ma per il popolo va bene così, cosa sarebbe il Venezuela senza un vero capo capace di riassettare le maglie di una società che rimane ambigua. Da una parte i ricchi e dall’altra i poverissimi.
In questi giorni sto seguendo una sorta di documentario ambientato in Venezuela, una via di mezzo tra reality e fiction, si chiama ‘Laguna Blu’, su una rete satellitare che si occupa di viaggi e turismo. I protagonisti sono Gabriel e Valeria, lui di Caracas e lei italiana, proveniente dalla trasmissione della De Filippi ‘Saranno Famosi’. Con allegria e simpatia ci presentano un Venezuela molto turistico e affascinante. I luoghi sono sicuramente meravigliosi ma la povertà dei ranchos (baracche) va esaminata a fondo. Proprio da una baraccopoli proveniva la vieja Pancha, e attraverso le sue parole, già molti anni fa, si riusciva ad avvertire la povertà della vita di chi viveva in quelle zone. Gli omicidi sono molto numerosi e per poter visitare quelle zone hai bisogno di qualcuno ben inserito che ti accompagni. Incredibilmente questa gente è felice, sorride, balla…uccide.
A pochi chilometri di distanza, sempre a Caracas, c’è il ‘Sambil’, il centro commerciale più grande dell’America latina. E non è l’unico. Ma come fanno i venezuelani a fare acquisti proibitivi in questi centri? Qualcuno dice che siano i soldi investiti da parte dei narcotrafficanti, ma mi chiedo come faranno a tirare avanti proprio i negozianti di questi centri.
Per i poveri diavoli non importa non poter fare acquisti importanti, per loro è sufficiente ritrovarsi tra amici, bere qualche birra, ballare salsa e merengue e godersi i profumi del proprio paese. Soprattutto ora che sta per arrivare il Natale. Le donne si organizzano per preparare le ‘hallacas’: impasto di farina di mais, carne, canditi, avvolto in foglie di banana e bollito. Senza le hallacas non sarebbe Natale in Venezuela. Anche gli italiani che vivono in quel paese da moltissimi anni non ne fanno più a meno e sulle loro tavole, vicino alle lasagne e ai cannelloni ripieni, tovi ‘hallacas’, ‘arepas’, ‘empanadas’. Ma il ricordo si perde nella notte dei tempi e spesso ritorno bambino, per le strade di Caracas e mi sembra di sentire ancora il caldo dell’asfalto sotto ai piedi nudi. Se per incanto mi ritrovassi nella mia città ad occhi bendati la riconoscerei dal profumo dei fiori, della strada e delle spezie. Mi definisco ‘ibrido’ perché in me convivono il piacere, l’orgoglio e le debolezze di entrambi i paesi: Venezuela per nascita e Italia per origine.
CdF
Articoli di Cosmo de La Fuente, prelevabili citando autore e fonte

luglio 23, 2007

Lettere d'amore



Un anteprima che apre la stagione romantica di Familia Futura. Lettere d'amore...Paolo e Ornella story. Vita vissuta e narrata sulle pagine di 'La Voce di Fiore' con 'Familia Futura'. L'amore nascosto, quello doloroso e invincibile. Non perderterti questa storia, per nessun motivo e partecipa, se vuoi, al naturale dibattito.
Da 'La Voce di Fiore' di Cosmo de La Fuente
(...)Sulla copertina di un vecchio disco in vinile, un 33giri di Olivia Newton John, ho ritrovato una dedica semplice che, a distanza di tanti anni,riesce ancora a darmi delle emozioni. - Ho bisogno di te come le piante hanno bisogno dell’acqua e del sole - Parole semplici dettate da un animo acerbo che in quel momento veramente aveva bisogno di qualcuno e che, probabilmente, stava vivendo un periodo di solitudine tipico dell’adolescenza. Mi rattrista un po’ l’idea che un affetto pulito e sincero come quello si sia scolorito e perso nella confusione della vita”.
Sono le parole di Chiara che mi scrive e mi racconta la sua esperienza d’amore, benché sia madre di famiglia non ha dimenticato quell’amore importante, quel ragazzo.. (...) continua

Bolivariano o Bolivarista?


(nella foto Coronel Milza, gag a Chavez)

Da 'La Voce d'Italia'
Un altro parere....
Venezuela: Le molteplici sfaccettature del pensiero chavista
La Teologia della liberazione, propugnata da una parte del clero di base cattolico, trova nei pensieri di Chávez una sua rielaborazione
Milano, 23 lug.- Bolivariano è un termine che indica gli abitanti degli attuali sei Paesi che devono la loro emancipazione al Libertador: Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama, Perú e Venezuela. La parola Bolivarista identifica, viceversa, coloro che si rifanno alle idee e alle gesta di Simon Bolívar interpretandole in chiave di attuazione politica: Bolivaristi sono gli intellettuali, gli studiosi e i politici che sostengono la ricerca di una Grande Patria (“Per noi la Patria è l’America”, dice Bolívar a Urdaneta nel 1814) e si propongono di mantenere sempre vivo il progetto di una confederazione di stati e stringere vincoli di interscambio culturale e economico tra i Paesi Bolivariani al punto di annullare o confondere le frontiere e realizzare così il sogno del patriota, la “Nazione delle repubbliche”.
Nel dettaglio, il Bolivarismo incarna vari progetti storici: la “colombianità” o ricostruzione della antica alleanza tra Colombia, Ecuador, Panama e Venezuela; la confederazione andina, la quale include Bolivia e Perú in stretta collaborazione con la “Grande Colombia” in un sistema collegato; il congresso generale americano all’interno del quale troverebbero posto tutti i Paesi dell’area ispanoamericana e, infine, la dottrina sull’equilibrio politico del mondo, vecchia aspirazione Bolivariana che ha avuto parziale attuazione all’interno di organismi internazionali come la Università Panamericana, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, l’Organizzazione degli Stati Americani e altre. Oggi i termini bolivariano e bolivarista vengono utilizzati indifferentemente. Lo stesso generale propose, nel 1815, la creazione di una città internazionale che divenisse sede dell’idea di unità del continente, libera dai condizionamenti della nazione e simbolo di unità e indipendenza. Ciò che non è la sede (e l’Organizzazione stessa) delle Nazioni Unite.
E bolivarista è anche il presidente venezuelano Chavez (nella foto), il cui programma politico, sebbene appaia multiforme, mutua gran parte della sua ispirazione dal pensiero del Libertador. L’esperienza politica decisiva del comandante Chávez risale al 1974, quando fece parte di una delegazione militare inviata in Perú per celebrare il 150° anniversario della battaglia di Ayacucho, sul luogo stesso in cui gli eserciti di Bolívar e Sucre avevano sbaragliato nel 1824 le forze coloniali spagnole, liberando definitivamente il Perú.
La lettura che Chávez fornisce di questa esperienza storica si presta alla formulazione di un progetto di unificazione politica extranazionale e continentale. In Perú, Chávez prese coscienza anche del valore politico del golpe del generale Juan Velasco Alvarado, che nel 1968 s’impossessò del potere insieme ad un gruppo di militari progressisti decisi a cancellare le ingiustizie sociali dei precedenti governi oligarchici e realizzare riforme radicali in campo economico, sociale e istituzionale. Il Generale editò successivamente un opuscolo intitolato La revolución nacional peruana nel quale erano contenuti i principi che dovevano ispirare il cambiamento radicale della situazione politica, economica e sociale nel Paese andino.
Tra le più importanti riforme introdotte dal governo militare di Alvarado, figurarono la riforma agraria e l’introduzione del Sinamos (Sistema nacional de apoyo a la movilización social) paragonabile agli attuali Comitati Bolivariani. In sintesi, non strutture partitiche ma una rete di mobilitazione popolare e di sostegno alle misure di governo che non risultassero un semplice coordinamento di organismi di massa per l’applicazione delle riforme o per l’indottrinamento propagandistico. Potrebbe considerato alla stregua di un coinvolgimento delle masse popolari dal basso, ma con un piano precostituito dall’alto.
Sulla scorta di questa esperienza, nel 1977 Chávez decide di formare un proprio gruppo clandestino, l’Ejército de liberación del Pueblo de Venezuela, ma i propositi di azione di questo gruppo rimasero fondamentalmente sulla carta. Cinque anni più tardi, diede vita ad un nuovo movimento clandestino, meglio organizzato e interno alle stesse forze armate, chiamato Movimiento Bolívariano Revolucionario – 200 (Mbr - 200). A Saman del Guere, vicino Maracay, i giovani ufficiali ripeterono la stessa formula da Simon Bolívar a Roma il 15 agosto 1805 sulla collina di Montesacro: «Giuro innanzi a voi; giuro sul Dio dei miei padri; giuro su di loro; giuro sul mio onore e sulla Patria che non darò riposo al mio braccio, né requie all’anima mia, fin quando non avrò spezzato le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo».
Un altro elemento che caratterizza il pensiero politico di Chávez proviene da una forma di cristianesimo primigenio che ha fortemente influenzato alcune sue idee di solidarismo e di riscatto sociale. La Teologia della liberazione, propugnata da una parte del clero di base cattolico, trova nei pensieri di Chávez una sua rielaborazione. William Izarria, ex viceministro degli Esteri venezuelano, durante una sua recente conferenza a Roma, ha tracciato i riferimenti ideologici del Comandante: Simon Bolívar, Che Guevara, Gesù Cristo, indicando tre fondamenti del “socialismo del XXI secolo”: bene comune, produzione sociale, partecipazione diretta. Se uno di questi tre elementi non si realizzasse, l’intero progetto fallirebbe.
D’altronde Chávez durante i suoi comizi spesso manifesta apertamente il suo essere cristiano e cattolico mostrando la croce che tiene appesa al collo. «Una delle caratteristiche fondamentali di un leader, soprattutto di un leader rivoluzionario è quella di seguire il sentiero di Cristo». E ancora ha recitato in un’occasione ufficiale a L’Avana: «Il bolivarismo è sia socialismo che cristianesimo», senza dimenticare di ricordare alla folla che «è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago, che un ricco nel regno di Dio». Naturalmente questo particolare tipo di cristianesimo non rispecchia l’ortodossia della chiesa cattolica romana, tanto che molti sostenitori della Teologia della liberazione hanno subito l’onta della scomunica. Già in uno dei suoi primi viaggi apostolici in Messico, nel gennaio del 1979, papa Giovanni Paolo II dichiarò che «la concezione di Cristo come una figura politica, un rivoluzionario (...) non è compatibile con gli insegnamenti della Chiesa».
Il pensiero di Chavez conclude il suo percorso di formazione nel 1992 quando, dopo essere stato incarcerato a seguito del fallimento del putsch militare organizzato per destituire il presidente Carlos Andrés Pérez, ha avuto modo di coagulare intorno al suo gruppo altre realtà politiche. Durante il periodo di detenzione il militare ha mantenuto regolari rapporti con esponenti del Movimiento al Socialismo (Mas), con esponenti de La Causa R e con altre formazioni di sinistra come il Frente patriótico di Luis Miquilena, fondatore del Partido comunista venezolano unitario nel 1946 ed esponente di una delle tante correnti del socialismo nazionale in contrasto con i partiti comunisti legati a Mosca.
Nel 1997 nasce così il Movimiento Quinta República (Mvr), in vista delle elezioni politiche e amministrative dell’anno successivo. È in questo momento che il pensiero e la figura di Bolivar escono prepotentemente alla luce: bolivariano si autodefinisce il movimento chavista e bolivariana sarà la rivoluzione che comincia a muovere i primi passi dopo le elezioni del 1998. Lo stesso Chávez edita un opuscolo il cui titolo è La propuesta para transormar a Venezuela, nel quale viene per la prima volta dettagliato in maniera organica il programma politico del movimento. Chávez viene eletto con il 56,20% dei voti, facendo mutare radicalmente la storia del Venezuela.
Cristiano Tinazzi
(Media Contact)

luglio 18, 2007

El domingo con Carol: Ultim'ora



Carissimi affezionati di Carolina Marconi, vi invito a inviare i vostri messaggi alla bella Carolina, nostra beniamina, per far si che l'appuntamento domenicale rimanga in vita il più a lungo possibile. Lo spazio dedicato a Carol in realtà è di tutti noi che l'amiamo. Scrivete, alla solita mail
A presto
Stefany

luglio 16, 2007

Coppa America _ vince il Brasile


Coppa America: vince il Brasile
Battuta a sorpresa l'Argentina 3-0, due reti e un autogol 16 luglio 2007
Il Brasile ha battuto a sorpresa per 3-0 l'Argentina e si e' aggiudicato la Coppa America di calcio.

A tre minuti dal fischio d'inizio, gol di Batista seguito, al 39' da un autogol dell'argentino Ayala. Al 68' e' stato Alves a coronare la vittoria dei brasiliani, che ha smentito tutti i pronostici della vigilia.

Doppia delusione per gli argentini che cercavano la rivincita della sconfitta del 2004 da parte del Brasile ai rigori in Peru'.


MARACAIBO (Venezuela), 15 luglio 2007 - Imprevedibile, umiliante, imbarazzante, inatteso: scegliete voi l’aggettivo più adatto per definire il trionfo del Brasile nella finale della 42ª coppa America. Un 3-0 all’Argentina che ribalta ogni pronostico della vigilia e conferma i verdeoro nel ruolo di padroni del Sudamerica, dopo la vittoria ai rigori nel 2004, sempre contro la nazionale albiceleste. Il Brasile mette le mani sul trofeo per l’ottava volta e allunga il digiuno dell’Argentina, che non vince dal ’93. Sembra una maledizione per la Seleccion di Basile, una squadra che non fa mai l’ultimo passo verso la gloria, un’orchestra che smette di suonare sul più bello. Un gruppo che proprio non sa scrollarsi di dosso l’etichetta di perdenti, o "perdedores".
AYALA - A volte il calcio è crudele, o almeno ingeneroso. Quando a sbagliare è il capitano, l’errore pesa sempre un po’ di più. E se il capitano sbaglia due volte, sono guai. E’ toccato a Roberto Fabian Ayala, monumento della nazionale argentina, recordman di presenze con 115 gettoni nella Seleccion, prendersi le colpe dei 2 gol con cui il Brasile è andato in vantaggio al riposo. Sbeffeggiato da Baptista al 5’, quando "la Bestia" lo ha puntato prima di scaricare un destro potente sotto l’incrocio, l’ex difensore di Napoli e Milan si è ripetuto in negativo al 40’, il minuto in cui ha mandato il pallone alle spalle del portiere Abbondanzieri. Senza il suo tocco maldestro e disperato, va detto, la Seleçao avrebbe raddoppiato lo stesso, perché Zanetti era in ritardo nella copertura su Vagner Love, a cui era indirizzato il cross di Daniel Alves. Ma l’onta dell’autogol pesa sulle spalle del povero "Raton" Ayala. Quando il destino ci si mette, poi, sa essere davvero beffardo: Alves su quella fascia non ci sarebbe nemmeno dovuto essere, era appena entrato al posto dell’infortunato Elano. Ma tant’è.
LA RIVINCITA DI DUNGA - Il Brasile ha sfruttato al meglio le poche palle gol costruite, ma al c.t. Dunga, tante volte criticato, va riconosciuto il merito di aver preparato magistralmente la gara dal punto di vista tattico. Questa Seleçao è tecnicamente povera, neppure paragonabile all’avversario che aveva di fronte. Eppure, Mineiro e Josué hanno imbrigliato l’estro di Veron e Riquelme: alzi la mano chi avrebbe mai pensato che il centrocampista dell’Hertha e quello del San Paolo sarebbero stati capaci di tanto. Con Mascherano e Cambiasso piuttosto confusionari, sono stati tagliati i rifornimenti per le punte Messi e Tevez. Il resto l’hanno fatto le incertezze di una difesa spesso fuori posizione (male anche Heinze e Gabriel Milito) e un po’ di sfortuna, quella che ha pilotato sul palo il bolide di Riquelme che sarebbe valso l’immediato 1-1. Già, il buon Juan Roman non ce l’ha fatta neanche stavolta a far volare la Seleccion. Un peccato, perché mai come questa volta avrebbe meritato un piccolo aiuto dalla sorte. Invece è stata la serata di un incontenibile Baptista, che ha seminato il panico anche nel giorno in cui Robinho è risultato piuttosto anonimo. Ed è stata la serata di Maicon, Alex, Juan e Gilberto, che hanno fermato un attacco capace di segnare 16 reti nei 5 precedenti match in Venezuela.
ALVES - Nella ripresa, ci si sarebbe aspettati un’Argentina pronta all’assalto, ma aumentare i ritmi di gioco non è proprio la caratteristica migliore della Seleccion, poco abituata a dover rimontare. E così, dopo 24’ in cui l’ottimo Doni non corre alcun pericolo, è arrivata la mazzata che ha chiuso la gara. Merito di Vagner Love, che con le treccine blu al vento ha indovinato il corridoio per il taglio di Daniel Alves: diagonale impeccabile dell’esterno del Siviglia e 3-0 che ha mandato gli argentini nel dramma. Il resto è stato solo una lunga attesa del fischio finale. Un’attesa dolce per il Brasile e tremenda per un’Argentina che si conferma una grande incompiuta.
Stefano Cantalupi

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