5/9/17

E’ PROSSIMA LA FINE DEL CHAVISMO IN VENEZUELA?


di Michele Castelli per Familiafutura.com
E’ iniziato il conto alla rovescia. Siamo tutti convinti, ormai, che il regime ha i giorni contati. Soprattutto per due situazioni nuove entrambe sopravvenute negli ultimi due mesi: da una lato la partecipazione attiva della gioventù universitaria, e non, alla lotta contro la dittatura, e dall’altro perché il popolo, di tutti gli strati sociali, dal cittadino comune fino ai sindacati organizzati,  ha perso la paura e scende in piazza sempre più numeroso a manifestare pacificamente, nonostante continui ad essere vittima della repressione brutale con buona dosi di pallottole di gomma (ma spesso anche di quelle vere che ammazzano) e gas lacrimogeni. I sondaggi, poi, confermano che il governo è sceso al minimo di popolarità, appena un 15% costituito da alcuni pochi romantici che continuano a sognare la “società perfetta” venduta da Chávez nei suoi lunghi soliloqui da oratore provetto; da una casta di privilegiati che si è arricchita svuotando le casse dello Stato; e dalla cupola militare, altrettanto corrotta, che poi è quella che in definitiva governa il paese.
Il governo, cosciente della propia debolezza, si è tolto la maschera che agli occhi del mondo dava ancora qualche parvenza di rispetto all’istituzionalità democratica e ai diritti dell’uomo, e non esita a mostrare con crudezza il volto vero, quello antidemocratico e dell’arbitrarietà, pur di conservare il potere. Così, ora che non può più contare su un popolo anestesiato che garantiva il trionfo in tutte le elezioni previste nella Costituzione e anche in quelle inventate per confezionare l’abito politico su misura, con la complicità del Tribunale Supremo di Giustizia dichiara nulle le leggi approvate da un Parlamento a maggioranza delle opposizioni che non lo favoriscono; sostituisce le funzioni del Procuratore Generale, non più fedele militante del partido di governo, con i giudizi sommari dei tribunali militari ai civili “catturati” nelle proteste quotidiane; non convoca ad elezioni scadute e per guadagnare tempo ora ricorre a una Assemblea Costituente che non si capisce bene per quale fine.
Il popolo ha ormai chiari gli obiettivi che lo muovono a resistere, e non cederà fino a quando non si compiranno le elezioni generali per rinnovare tutte le istanze dello stato; la liberazione dei prigionieri politici e in primis di Leopoldo López, il Mandela del Venezuela; l’apertura dei canali umanitari per far fronte alla crisi alimentare e di medicine che mietono più vittime della stessa guerra in Siria e negli altri scenari dei conflitti nel mondo; e la formazione di un governo di unità nazionale rappresentato da tutte le forze politiche, e dagli uomini più probi e più preparati della società civile.  Tutte esigenze previste nella Costituzione nazionale e per tanto sostenute anche dagli organismi internazionali come l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), dalla Human Rights Watch Organization, dai principali paesi dell’America Latina ed altri.
A queste proposte si oppongono con enfasi i principali rappresentanti del governo nazionale e dei partiti della sua coalizione perché coscienti che in questo modo perderanno le redini del potere e di conseguenza verranno costretti a rendere conto, molti di loro, alla giustizia nazionale e internazionale per i delitti commessi contro la cosa pubblica; ma si oppongono anche alcuni “estremisti” della chiamata genericamente “opposizione” che vorrebbero raso al suolo ogni vestigio del chavismo.
Prevarrà, senza dubbio, la sinderesi della grande maggioranza e con essa, a breve, la ricostruzione di un paese che irritato, un paio di decenni fa, contro la corruzione e la dissidia dei due principali partiti che avevano occupato lo scenario politico per oltre quarant’anni, ripose la fiducia in un leader che predicava la lotta alla povertà e che invece, quando si è esaurita la ricchezza proveniente dal petrolio della quale effettivamente caddero alcune briciole alle classi meno abbienti, ha condotto la Nazione ad uno stato di prostrazione mai visto prima. Nessun popolo può vivere solo dei beni del sottosuolo, per quanto ingenti essi siano, senza lo sforzo del lavoro. Questo è stato l’errore di Chávez. Ha sperperato miliardi di dollari provenienti dalla contingenza degli alti costi del petrolio per consolidare la sua leadership dentro e fuori del Venezuela, senza creare le infrastutture necessarie per lo sviluppo del paese. Al contrario, distruggendo gran parte dei posti di lavoro esistenti abbagliato dalla romantica convinzione della formazione di uno Stato nuovo, e di un Uomo nuovo, basati solo sulla solidarietà spontanea e sul baratto dei beni di produzione in contrasto con la domanda e l’offerta del capitalismo. Visione ingenua, senza dubbio. Ma ancora più ingenua per non aver capito che gli “uomini” di fiducia che lo circondavano e che dovevano essere i garanti del “progetto”, invece di dare l’esempio di probità e umiltà che lui predicava, si dedicarono, a cominciare dalla sua stessa famiglia, al saccheggio impietoso dell’erario, al traffico di stupefacenti e alla persecuzione dei dissidenti.
Questi stessi uomini che ora governano il paese usufruendo di tutti i privilegi,  sono i responsabili della miseria imperante e dei soprusi ai diritti dell’uomo per cui i venezuelani che vogliamo tornare alla perduta prosperità e a vivere in democrazia, in pace e in libertà, abbiamo preso l’irrevocabile decisione di sfollarli dal potere. E di farlo restando in piazza il tempo che sia necessario.
Michele Castelli
Twitter: @castellimika
Web: michelecastelli3.wix.com/mika

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