4/22/12

I pomeriggi a Caracas


Verso le 16 mi sedevo nel giardino del patio di casa, il sole era caldo e a volte soffiava una leggera brezza che faceva ondeggiare leggermente e monotonamente le foglie delle piante che erano cresciute audaci al clima tropicale.Il sole accecante mi costringeva ad arricciare il naso, erano momenti di semplice serenità che non posso dimenticare.Da lontano la musica arrivava a colorare quei pomeriggi che non avevano niente di particolare e che non sapevo sarebbero rimasti nella mia mente per sempre.Quante volte ho ricordato quei momenti ...Moltissime, ogni volta che sentivo la rabbia impadronirsi di me.Quando il male mi costringeva a letto, lontanissimo da Caracas, migliaia di km, il mio ricordo andava a quei momenti lontani ma presenti.Il profumo dei fiori esotici mi ipnotizzava e capivo di essere un’umile creatura nel posto più recondito della Terra.

Quando finalmente mi ritrovai in Italia, nell’ombelico del mondo, dimenticai quei pomeriggi e non sapevo che presto quel semplice ricordo sarebbe ritornato fortissimo a rammentarmi di essere una piccola e insignificante creatura.

Viaggiai molto, partendo da Milano andai in America e poi in Oriente e tornai ancora in Italia, ma inconsciamente udivo il richiamo di quel patio tranquillo dove le foglie ondeggiavano stanche.

Solo una volta decisi di andare a visitare quella zona del mondo che si chiama ‘Canaima’, in Venezuela, quel posto mi trasmise l’impotenza e la piccolezza del genere umano. Cosa importava cosa stessero facendo i grandi del mondo mentre passeggiavo e mi inerpicavo nella foresta amazzonica. Ero solo e sicuramente in quella zona non sarebbero cadute bombe dal cielo, certamente no.

A Caracas lavorava Chavez, in qualche modo ci stava ingannando ma come saperlo in anticipo? Soprattutto cosa importava in quel momento? Quanti anni vissuti chiusi nella gabbia di una vita stilata dal resto del mondo. La scuola, il lavoro, il matrimonio e poi trovarsi soffocati in un vortice di cose tutte sempre uguali. Sarà la mia anima indigena ma non ci riesco a vivere in questo modo.

Che bello tornare ad essere un ragazzo di strada, un po’ di musica vicino alla fontana del paese, due passi e lavorare solo per sfamarsi. La voce amica dei campesinos oppure dei miei compagni d’avventura giornaliera, dalle favelas ai grattacieli del centro.

A cosa serve lottare per avere molti soldi? Meglio aspettare il Natale a Caracas, quando le donnine cominciano a preparare le ‘hallacas’ e quando le minitiendas si vestono a festa per mostrare ai turisti gli oggetti dell’artigianato locale.

Non m’importa se a vincere le elezioni sarà Romano oppure Silvio, se Bush deciderà che questa volta Chavez non la passerà liscia, non m’importa più, è ora che il fiume arrivi nel suo mare. Ho bisogno di avventura di ritrovarmi ancora a ‘Los Roques’ per calpestare la sabbia figlia del corallo, nella solitudine più assoluta e nella sicurezza di non sentirsi nessuno, niente di niente. Umile spettatore dello spettacolo fermo della natura, e se in quel preciso istante arrivasse la fine del mondo sarei pronto ad entrare nel mio mare per sparire per sempre.

Le palme ondeggianti della spiaggia di Higuerote si presentavano all’improvviso, dopo l’ultima curva a bordo della vecchia macchina americana di papà ed eccole tutte in fila, spettinate e allegre

Capivo che la zona dei bagni era vicina perché cresceva il numero di quei modesti spacci dove si vendevano enormi blocchi di ghiaccio da mettere nei grossi refrigeratori portatili in modo da tenere fresche le nostre bevande per tutto il giorno. La spiaggia era di quelle popolari, niente di speciale ma era la mia spiaggia,il mio mare verde cristallo.

Di sera tornavamo a casa, eravamo sporchi di sabbia e un po’ bruciati dal sole, non c’erano le docce su quella spiaggia, non era un centro turistico per ricchi ma solo il mar dei Caraibi più popolare e popoloso.

Papà era semplice nei suoi gusti, un italiano e insieme alla mamma erano diventati una specie di miscela italo venezuelana.

Che bella era la mia vita di bambino in Venezuela. Ascoltando i racconti degli amici di famiglia, mi ero fatto la mia idea di come fosse l’Italia e desideravo molto trasferirmici, quando questo accadde mi considerai la persona più fortunata del mondo ma me ne pentii moltissimo in seguito.

Sono italiano anch’io non pensiate che io stia parlando male di questo paese che è favoloso ma purtroppo i miei mi hanno fatto nascere altrove, e il mio cuore è metà straniero.

Passeggiando per la avenida San Martin mi capitava di vedere i chioschi dove venivano stritolate le canne da zucchero, veniva utilizzato una sorta di torchio, si ricavava il dolcissimo succo che, insaporito e aromatizzato da qualche goccia di limone tropicale, diventava un bevanda deliziosa.

La domenica sera la vivevamo in una specie di scena italiana caricaturizzata, si cenava con amici italiani e poi tutti insieme,genitori, figli e nonni, si andava a mangiare il gelato ‘italiano’ in una gelateria italiana nella zona più italiana di Caracas. In quel momento mi sentivo diverso, ero italiano ma sapevo che all’indomani sarei ritornato criollo.

Dove sei papà? Perché non mi prendi ancora per mano e mi porti sulla tua vecchia auto dove mi scioglievo dal caldo? Aspetto ancora la fine di ogni mese, quando mi accompagnavi dal barbiere italiano per farmi tosare come piaceva a te.

Spero di tornare a Caracas e, malgrado tu non ci sia più, vorrei ritrovarti nell’aria, nel profumo dei fiori, dietro ad un vetro rotto di una casa qualunque di San Martin, sulla bocca della gente che mi racconta di te. Andrò con mamma al mercato come quando ero piccolo e, mentre ci avventureremo tra le bancarelle speziate, ti penseremo intensamente. Abbiamo bisogno della tua guida oggi più di ieri, ripeterò a voce bassa la frase che mi hai detto in sogno: ‘siamo gli uomini del coraggio’. Tornerò in quel patio a sentire il venticello caldo che fa ondeggiare le foglie.

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