2/22/11

I frammenti di vita che ci aiutano a passare oltre



Sono sempre gli stessi passaggi che segnano la vita di un essere umano, dolcemente, inesorabilmente. Da essi dipende la serenità o l’infelicità di noi anime viventi. Quando l’esperienza dell’esistenza si consuma in un paese come l’Italia e alcuni altri, l’insoddisfazione e quel senso di abbandono che si prova quando non si può, non solo essere, ma neppure pensare di arrivare mai ai vertici del potere, lo svuotamento è totale. L’unico appiglio, l’ultima spiaggia è il ritorno alla semplicità.
Diciamolo prima a chi ci sta vicino: “Quanti destini che s’incrociano. Credevo fosse un 'ciao' e invece per te era un addio. Ci tocca riprendere il cammino tornando indietro, ancora un pezzo di strada insieme. Ripercorriamo a ritroso il cammino e giungiamo, uniti ancora per poco, a quel crocevia, dove ci siamo incontrati al momento della partenza. Nasce improvvisamente un legame che pare indissolubile, unico, caldissimo, ma che improvvisamente si ammala e finisce in un attimo”.
Il dolore si solidifica come un male oscuro tra i mille pensieri che affollano la mente e che cercano invano un passaggio per guadagnare l’uscita. Lo sentiamo tutti prima o poi. Un amore finisce, un rapporto si sgretola e i molteplici discorsi, le parole, le carezze, le voci del mattino volano, tutte insieme, verso luoghi sconosciuti per non far più ritorno.
Gli occhi grandi fissano il cielo, aspettano una risposta che non arriverà mai. Quanti cuori in attesa di essere capiti. Non sappiamo come si arrivi alla morte del sentimento. Forse non è morte, forse si è trasformato, forse…forse. Non lo vogliamo così, deve tornare come prima. Ci tuffiamo nella conclusione logica, a testa alta, macinando sofferenze e ingoiando il veleno che il destino, pazientemente ci ha preparato.
Correre sempre, correre ancora, tutto il giorno, per 365 giorni. Il potere dei soldi potrebbe aiutarci a dimenticare. L’imbrunire giunge ugualmente. Perché siamo saliti sul carro se abbiamo voglia di saltar giù? Perché vogliamo le strade di New York quando l’emozione più grande la proviamo guardando la vecchia panchina del giardino sotto casa; la finestra dalle grate vecchie e arrugginite; dal viottolo di paese. I piccoli particolari della nostra infanzia diventano le colonne della nostra anima. Il calore, l’immagine di una vita che ci sfugge di mano e che si lascia vivere per mezzo degli altri. Il passo svelto a cui ti costringeva tua mamma quando ti portava per mano. Piccolissimo ma tanto grande. Si va a ritroso. Da grandi si diventa piccoli se ad essere calibrata è la sensibilità dell’anima.

Voglia di fuggire via, andare per terre lontane, si, ritornare o andarci per la prima volta, ma l’importante è lasciare il letto di cocci su cui sostiamo oramai da troppo tempo. Così come il testo della mia canzone Terre Lontane, pensando a questo. Svegliarsi una mattina, trovarsi malati nel cuore, capire che vivere è soffrire, voglia di fuggire via da qui. Andare per terre lontane, cantare la voglia di volare, senza mai dover rinunciare a questa nuova carta d’identità, niente più ricordi ma novità di un sogno nuovo e di un giorno breve che mi sfiorerà. Un raggio di colore che porta in me la voglia di volare vicino a te. .. Sbattere la porta e scappare via verso nuove terre piene di allegria…..


Dimenticare la forza dei soldi, le proprietà, la famiglia per andare alla ricerca di qualcosa che si ha dentro e che non si riesce a manifestare?
Quanto tempo vivendo nella rinuncia di essere come siamo, soffocandoci per non urlare, nascondendo le nostre voglie, le malinconie e poi, ancora, le fantasie, i sogni, con gli occhi grandi dell’amore. Per quanti anni assenti giustificati perché un coniuge o un padrone qualsiasi ha contribuito a distruggere il nostro cammino mentre noi lo distruggevamo a qualcun altro? Vogliamo fuggire dalla nostra maschera, dall’immagine che vediamo riflessa allo specchio perché ci sentiamo come Dorian Gray. Siamo diversi. Lo saremmo altrove, qui non possiamo.

Non ci è dato sapere quanto ci resta da vivere. Chi ha deciso per noi? Chi è quel dio che ci impongono i religiosi viventi? Perché dovremmo seguire un programma deciso da chi, come noi, mangia, dorme, fa l’amore e muore? Com’è stretta questa vita. Ci restano ancora degli anni? Pochi, ma possiamo viverli, finalmente. Un altro paese, un altro modo di essere. Un passo, ancora un passo sotto i raggi del sole, a piedi nudi. Respirare il profumo delle piante, dei frutti tropicali del mio paese. Molliamo o non molliamo? Possiamo farcele. Sarà questo il senso della vita? Restiamo, però, accidenti.

Quando ci resta da vivere? Non lo sappiamo. Perché dobbiamo perdere la nostra esistenza? Chi ha stabilito tutto per noi? Chi lo dice che Dio è quello che ci raccontano i preti? Perché dobbiamo seguire un programma stabilito da altri? Ci va stretta questa vita. Vorremmo aver vissuto diversamente.

Poverini quelli attanagliati dal potere politico. Che vita è la loro? Se per noi c’è la speranza di fermarci ad assaporare il colore della vita, per loro il colore non c’è. Inutile chiedere l’aiuto di chi entra in quella gabbia di cemento, maleodorante, consunta e consumatrice. Vuoi che ti aiutino ad amare tuo figlio ma loro non ne comprendono la motivazione. Sono arrivati vicino a un olimpo che li assorbe senza pietà e si convincono di essere ad un passo dal cielo. Poveretti.

Tu, papà, che sei andato avanti, che riuscivi sempre a facilitarci il passaggio, cos’hai visto di bello? Quando ci precedevi nei trasferimenti in paesi lontani, ci preparavi la casa dove avremmo vissuto, riso, pianto, parlato, cantato. Stai facendo la stessa cosa anche ora o tutto finisce qui? Stiamo passando quindi. La vita. Frammenti che ci aiutano a passare oltre. Rivoglio i miei frammenti, quelli che mi aiuteranno.

Cosmo de La Fuente

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