12/18/09

Cesare Pavese : quando l'amore è invisibile


Le colline delle langhe erano rimaste nel cuore di Cesare Pavese. Quando un ricordo ti resta nel cuore niente e nessuno riuscirà a cancellarlo. Quelle colline saranno sempre presenti nelle opere pavesiane. Un ragazzo scontroso, chiuso in sé che affronta a malincuore il trasferimento da Santo Stefano Belbo a Torino.
Nato nel 1908 sotto il segno della vergine, Cesare diventa ancora più isolato dopo la morte del padre. Una timidezza che lo accompagnerà tutta la vita e che sarà una un elemento che influenzerà il pensiero di chi pensa che lo scrittore sia omosessuale, anche se altri sostengono che lui abbia sofferto di impotenza, cosa che lo avrebbe spinto al suicidio.
Non ci è dato sapere tutto della sua sfera personale ma quello che si sa è che era un ragazzo diverso dagli altri. Un adolescente che amava la natura, le farfalle, i boschi. Sarebbe stato un ottimo amico anche se, come sempre accade, il suoi coetanei si prendevano gioco di lui.
La madre aveva un carattere forte. Una donna fredda, quasi mascolina, che sicuramente è stata una parte fondamentale della ‘stranezza’ attribuita a Pavese e al suo mal di vivere che sfociava, immancabilmente, nel ‘vizio assurdo’.
Non starò qui ad elencare le sue celebri e bellissime opera, ma vorrei parlare del suo ‘mestiere di vivere’. In queste pagine alcune elementi fanno riflettere circa il suo stato interiore.
Questo importante scrittore italiano trascorre la sua vita a contatto con la gente semplice, ascoltando le parole degli operai, dei lavoratori. Il piacere delle cose semplici. Il guardarsi intorno ed ispirarsi da quello che la vita offre. Una fontana, un giardino, un cagnolino che scodinzola, una donna che canta sciacquando i panni nel torrente, un vecchio che cammina adagio usando un bastone che appare più vecchio di lui. Il Natale con i suoi dolci, con i profumi della sua terra. La nebbia e l’umidità dell’inverno e il calore estivo della sua terra. Il modo di vedere la vita della gente semplice, che forse è quello giusto e tutti noi che ci arrabattiamo per un mondo più ricco non possiamo capirlo.
Che tepore provo anche io se penso che riuscirò un giorno a tornare nella mia terra calda, dove ho mosso i miei primi passi e dove, sinceramente, non mi importa nulla di quello che fanno i grandi della terra. In ogni caso sono loro che decidono sempre per tutti.
Come Cesare Pavese mi piacerebbe immergermi nel mare della mia infanzia. La parte di me che non riesco e che non si può rimuovere.
Grazie Cesare per avercelo insegnato. Che 'tepore' rifugiarsi nelle tue parole.
CdF

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