7/13/09

La morte della democrazia



L’ombra lunga del caudillo Chavezdietro Zelaya, il presidente esiliato in pigiama dopo il golpe di giugno
MARIO VARGAS LLOSA
Svegliare con le armi in pugno un presidente costituzionalmente eletto e mandarlo in esilio senza neppure dargli il tempo di togliersi il pigiama, come hanno fatto i militari honduregni nei confronti di Manuel Zelaya è un atto di barbarie politica. Ed è giusta l’energica condanna dell’aggressione arrivata dalle Nazioni Unite, dalla Oea (Organizzazione degli Stati americani) e dalla maggior parte degli Stati del mondo. Bene, stabilito il principio che interrompere una democrazia con un’azione militare non ha mai giustificazioni, occorre analizzare quanto è accaduto guardandolo più da vicino e con prudenza perché in questo colpo di stato, come nella famosa «cena delle beffe», nulla è come appare e il confine tra verità e menzogna è più scivoloso di un’anguilla. Forse più che lo stesso assalto alla residenza del capo dello Stato dell’Honduras bisogna rimproverare ai militari - e ai giudici che hanno dato loro l’ordine - d’avere, con questa aggressione, trasformato in vittima della democrazia e in poco meno di un eroe della libertà un demagogo irresponsabile come Manuel Zelaya il quale, in aperta violazione della Costituzione cui aveva giurato rispetto, stava per varare un referendum con lo scopo di farsi rieleggere: una pretesa già condannata dalla Corte Suprema e dalla Procura Generale e per la quale il Congresso dell’Honduras aveva dato inizio a un procedimento per destituire Zelaya da Capo dello Stato. Si trattava di un procedimento legittimo a difesa della democrazia, che l’intervento dei militari ha bloccato e snaturato determinando una confusione da manicomio. Al punto che niente meno che il comandante Hugo Chavez, il comandante Daniel Ortega, Evo Morales e lo stesso Raul Castro hanno subito assunto la guida della protesta nell’intero continente a difesa della legge e della democrazia, reclamando sanzioni contro l’Honduras e organizzando in Nicaragua una riunione dell’Alba (Alternativa bolivariana per le Americhe) alla quale un frastornato José Miguel Insulza, segretario generale Oea, ha dato con la sua presenza un’aura di legittimità.Se il comandante Hugo Chavez, grande destabilizzatore della democrazia latino-americana, ex-golpista e megalomane caudillo che ha trasformato il Venezuela in una piccola satrapia personale e aspira a fare altrettanto con il resto dell’America Latina, si attribuisce il ruolo di difensore dello stato di diritto honduregno, non ci troviamo solo di fronte a un’eclisse del buon senso comune, ma a un’evidente certezza: già prima di questo golpe c’era del marcio nel piccolo Paese latino-americano diventato, oggi, centro dell’attenzione del mondo. Ed effettivamente, quando si è verificato l’intervento dei militari, l’Honduras stava per cadere, dopo la Bolivia, il Nicaragua e l’Ecuador, nell’orbita di Hugo Chavez. Manuel Zelaya era l’ultima conquista del caudillo venezuelano. L’aveva plagiato, come i suoi altri vassalli in America Latina, vendendogli il petrolio a prezzi stracciati, concedendogli generosi prestiti e, soprattutto, appoggiandolo nei suoi appetiti di rielezione. Né stupido né pigro, Zelaya, vecchio damerino dell’oligarchia rurale honduregna, implicato in passato nei massacri dei contadini ed eletto presidente come candidato del partito liberale del centro-destra con un programma che prevedeva il sostegno degli investimenti stranieri e dell’impresa privata e una severa lotta alla delinquenza, improvvisamente, a metà mandato, ha avuto una conversione populista e rivoluzionaria (vale a dire chavista): ha affiliato il suo Paese all’Alba e ha iniziato a prepararsi il terreno per rendere eterno il proprio potere attraverso una riforma costituzionale, esattamente come hanno fatto Chavez e i suoi discepoli, vale a dire la feccia politica dell’America Latina. Ma, a differenza di quanto è accaduto in Paesi come Ecuador, Bolivia o Nicaragua (o, all’altra estremità dello spettro politico, la Colombia di Uribe, un presidente democratico disgraziatamente inciampato, anch’egli, nello sciagurato sport della rielezione) in cui i presidenti che miravano alla rielezione potevano contare su una base popolare che appoggiava i loro piani, in Honduras la pretesa di Zelaya è stata, sin dall’inizio, fortemente impopolare e lo ha screditato nell’intero ambiente politico. Il suo tentativo è stato respinto da tutte le istituzioni, dalla Corte Suprema di Giustizia, dal Tribunale elettorale, da tutti i partiti politici (cominciando da quello Liberale, il suo), dalla Procura Generale e dall’intera opinione pubblica. Non è stato solo un rifiuto nei confronti delle capriole ideologiche del volubile presidente: è stato, anche, una chiarissima presa di posizione della maggioranza della popolazione dell’Honduras contro la prospettiva di trasformarsi in un Paese dipendente da Hugo Chavez, vale a dire in una piccola dittatura populista, feudo del caudillo venezuelano. E’ questo il contesto in cui bisogna inserire, per poter esprimere giudizi, la situazione honduregna. Non per giustificare un intervento militare estremamente goffo servito solo a denigrare le istituzioni e un popolo che con coraggio si stavano opponendo al tentativo chiaramente antidemocratico d’un presidente senza principi, ma per non dare credito, nella convinzione di difendere la democrazia, a un’operazione che porterebbe a legittimare i progetti incostituzionali finalizzati alla rielezione e a consegnare l’Honduras nelle mani del potere chavista di Manuel Zelaya. Che fare per ricostituire la dimezzata democrazia honduregna? L’ideale sarebbe rimettere Zelaya alla presidenza, a condizione che rinunci ai suoi piani di rielezione e garantisca che il voto di novembre si svolga in modo ineccepibile sotto il controllo dell’Onu. Ma tutto ciò sembra davvero difficile dato l’incancrenirsi della situazione, come s’è potuto vedere il 5 luglio, quando il fallito tentativo di ritorno a Tegucigalpa del presidente deposto ha provocato violenti scontri e parecchi feriti. L’Honduras ha abbandonato l’Organizzazione degli Stati americani, decisione che non deve meravigliare vista la cocciuta inutilità di questa istituzione che ha, oltre tutto, l’infausta capacità di rendere inutili anche i suoi segretari generali, compresi quelli che, come José Miguel Insulza, sembravano più attivi degli altri. E, così, meno l’Oea interviene, meglio è. La mediazione del presidente del Costa Rica, Oscar Arias, premio Nobel per la Pace, è una buona idea: è uno statista rispettato e rispettabile, diplomatico capace e autentico democratico. Occorre evitare a tutti i costi che l’attuale tensione evolva in un bagno di sangue. Chavez ha minacciato un intervento militare al quale, probabilmente, darebbe manforte il Nicaragua del comandante Ortega, che il governo ha accusato di spostare truppe verso la frontiera con l’Honduras. Non è possibile verificare se le notizie in base alle quali questa frontiera è controllata, fin da prima del golpe, da commandos venezuelani e cubani - come denuncia la stampa honduregna - siano vere o si tratti di mere operazioni pubblicitarie a difesa del governo di Roberto Micheletti. Ma, visti i precedenti e il contesto politico, queste informazioni non possono neppure essere scartate a priori. La situazione instabile dell’Honduras può favorire un’insurrezione teleguidata da Caracas. Chissà che non si possano scongiurare questi pericoli anticipando le elezioni presidenziali già fissate per novembre e mettendole sotto la responsabilità delle Nazioni Unite, con osservatori internazionali dell’Unione Europea e di organizzazioni politiche e a difesa dei diritti umani.

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