27/12/07

Buon Natale al tribunale dei minori



Dedicato a tutti quei ‘piccoli’ a cui un ente apposito ha negato di vivere con mamma o con papà, dedicato a quei tribunali dei minori e a quegli assistenti sociali che senza cuore e nessuna preparazione professionale hanno permesso che padri, madri e figli vivessero il dolore più grande. Speriamo che il Natale muova in loro il pentimento e la consapevolezza della crudeltà e della nullità del proprio operato.

La luce attraversa la tua finestra, solo quella mi resta. Il ricordo dei tuoi occhi da bambina e la dolcezza che provavo quando stringevi la mia mano. Il tuo sorriso che incanta, il cuore in gola..c’è un uomo che piange per te.
Lo sai che non ho potuto scegliere malgrado ti amassi sopra ogni cosa. Con tenerezza io ti amo, quante notti ti ho cullata, questa ninna ninna ti ho cantato ….è doloroso dirti addio.

Dormi piccolina, zitta zitta bambina mia
So che mi ascolti, è il tuo papà che canta.
Lascerò vuota la croce del mio dolore,
non voglio più soffrire, io non voglio lasciarti.
L’amore è sempre amore e non conosce ragioni.
Lascerò vuota la croce del mio dolore.

Vagherò per il mondo impazzito ma nel mio cuore ci sarai sempre. Sei tu la mia bambina,
la carezza della sera.
Lascerò vuota la croce e le sopportazioni mentre la luna dolcemente si addormenterà tra le tue ciglia.

Nenia (Nashira music)

19/12/07

Fuori uno



Castro in una foto di trent'anni fa. Finalmente esce di scena e speriamo che il prossimo si renda conto di cosa significhi 'libertà'- A quando lo stolto di Chavez ne imiterà le gesta dell'addio? Speriamo presto perchè, più folle che mai, sta pensando di riesumare i resti di Simon Bolivar per un'altra delle sue 'stronzate'.
Da 'IL FOGLIO'
Caracas. Dopo 49 anni di potere e 17 mesi in ospedale, Fidel Castro riconosce infine in una missiva letta in tv il suo “dovere elementare di non stare attaccato alle cariche e meno ancora di ostruire il passo ai più giovani”. Intanto dopo aver perso il referendum che gli avrebbe permesso di ricandidarsi nel 2012, Hugo Chávez è alle prese col micidiale scandalo di una valigia piena di soldi mandata in Argentina a finanziare la campagna elettorale della neoeletta Cristina Kirchner. Intanto Evo Morales in Bolivia si trova col paese sull’orlo della guerra civile. Intanto Daniel Ortega in Nicaragua rischia di essere destituito per “demenza”. Pare atmosfera da tramonto per i leader di quell’Alba, “Alternativa bolivariana per i popoli della nostra America”, che fu fondata il 14 dicembre 2004 da Castro e Chávez e ha poi visto aggiungersi Morales e Ortega. La risposta di Chávez? Da Caracas, ha fatto sapere di aver ordinato un’indagine sulla morte di Simón Bolívar, che secondo lui 177 anni fu assassinato “dalle oligarchie di Venezuela e Colombia”. L’argomento decisivo per ordinare l’esumazione dei resti del Libertador: “Mia nonna Rosinés è morta di tubercolosi e io ricordo il suo ultimo anno di vita, non poteva quasi più camminare. Di Bolívar si dice che morì di tubercolosi, ma tre mesi prima della morte scriveva e conduceva un’attività molto più intensa di quella che un tubercoloso potrebbe condurre”. Il malato più grave oggi sembra però Evo Morales. Il suo partito per venire a capo dell’ostruzionismo dell’opposizione ha riunito i propri costituenti in una caserma, facendo approvare unilateralmente una nuova Costituzione. Ma quattro dei nove dipartimenti del paese hanno approvato a loro volta statuti di autonomia che fanno a pugni con questa Costituzione, da loro considerata “illegittima”. Morales ha minacciato di mandare l’esercito. Santa Cruz, che è il più estremista dei dipartimenti ribelli, che paga da solo il 40 per cento delle tasse di tutta la Bolivia e produce il 50 per cento del pil, dice che risponderà “a piombo col piombo”. In particolare attraverso i 24 mila militanti dell’Unión Juvenil Cruceñista, una specie di “Guardia padana” che invece della contrapposizione tra “celti” e “romani” usa quella tra “Nación Camba” e “Nación Colla”, ma con toni analoghi di quelli del nostro più acceso separatismo leghista. Anzi peggio, visti i reciproci scambi di accuse sugli appoggi della Cia ai “Camba”, o sui militari cubani e venezuelani che sarebbero già presenti in Bolivia per sostenere Morales. Dopo che sabato gli scontri hanno provocato 34 feriti, dopo che il presidente brasiliano Lula ha consigliato al collega boliviano “pazienza, pazienza, pazienza”, dopo che un sondaggio ha rivelato che il 48 per cento dei boliviani e sei dipartimenti considerano “illegale” la nuova Costituzione contro un 34 per cento appena che la riconoscono, Morales parla ora di dialogo. Tra 120 giorni sono previsti sette referendum: tre indetti dal governo e giudicati illegittimi dai ribelli, quattro indetti dai ribelli e considerati illegittimi dal governo. “I fratelli delle Farc” Pure per Ortega è un brutto momento, dopo che la Colombia si è arrabbiata per un suo appello ai “fratelli delle Farc” per liberare Ingrid Betancourt, e dopo che pure l’opposizione nicaraguense è insorta contro le sue dichiarazioni secondo cui l’opposizione sarebbe collegata a “cartelli della droga”. Mónica Baltodano, di quel Movimento rinnovatore sandinista che raccoglie i sandinisti che hanno rotto con lo stesso Ortega, si è appellata all’articolo 149 della Costituzione, che permette la destituzione del presidente per “incapacità mentale”. Ci vorrebbero i voti di 56 deputati: l’opposizione ne ha 54.
(19/12/2007)

15/12/07

Referendum: arma a doppio taglio


Diego Armando Maradona

La sconfitta referendaria legittima Chavezintervista a Marcos Polesel di Domenico Naso[14 dic 07]
“La vittoria del no al referendum costituzionale? Il peggio che ci potesse capitare. Adesso nessuno potrà più dire che le elezioni in Venezuela sono truccate”. E’ con questa provocatoria ma sensata interpretazione che Marcos Polesel, director politico del Movimiento Democrata Liberal inizia la sua analisi della situazione politica del paese sudamericano. Strenuo oppositore di Chavez, figlio di immigrati italiani (ha infatti la doppia cittadinanza), è durissimo non solo contro il regime socialista di Caracas, ma anche nei confronti di quella parte di Occidente che troppo spesso chiude un occhio in nome di corposi interessi economici. A capo di un network politico-culturale che si ispira ai principi del liberalismo classico, Polesel ha stretti e frequenti rapporti con molti partiti liberalconservatori occidentali (Forza Italia e Alleanza Nazionale tra gli altri) ed è un acerrimo nemico del socialismo, in tutte le sue forme e manifestazioni.
La recente bocciatura del referendum di riforma costituzionale ha rappresentato davvero una sconfitta per il presidente Chavez?In realtà, la figura del leader venezuelano non è stata danneggiata. Noi pensiamo che la vittoria del no sia la cosa peggiore che potesse capitare, perché Chavez, perdendo, si è legittimato come democratico e ora è impossibile sostenere che le elezioni passate e future sono state o saranno truccate. E inoltre il sistema elettorale ne esce “ripulito” da ogni colpa e tutti rimangono immacolati di fronte all’opinione pubblica nazionale e internazionale. Di sicuro nelle prossime elezioni i chavisti vinceranno (con l’inganno) e noi non potremo denunciare i brogli elettorali. Noi come liberali mai potremmo dire alla gente di andare a votare o di astenersi. E’ una scelta individuale di ogni persona e qualsiasi decisione va rispettata. Siamo contro il dirigismo tipico dei socialisti, che obbliga le persone a fare le cose e criminalizza chi non si adegua.Quello che è stato davvero impressionante è il duro colpo morale ai militanti socialisti, i quali hanno ammesso la sconfitta e hanno fatto un’autocritica importante e legittima. Penso che i veri socialisti siano stati ingannati e sono loro stessi a dire che è impossibile difendere il vero socialismo quando i leader e i dirigenti que ruotano attorno al presidente si sono arricchiti grazie alla corruzione, girano su automobili di lusso, vestono alla moda, vivono in grandi case, vanno negli Usa o in Svizzera a depositare i loro patrimoni milionari. Si nota già una crepa tra il socialista della strada, che deve fare la fila per comprare beni e alimenti basilari, e l’opportunista, l’élite parassita del potere economico e politico che approfitta del sistema per arricchirsi e godere dei privilegi del potere. La gente crede che Chavez sia attorniato da inetti e corrotti che lo danneggiano, senza ritenerlo responsabile di questa situazione. E’ visto come una vittima perché in realtà è lui l’ultima speranza che rimane.
Voglio chiarire che dallo scorso giugno noi liberali avevamo assunto una posizione di rifiuto e disapprovazione nei confronti del referendum di riforma costituzionale, e non volevamo legittimare questo atto illegale, incostituzionale, illegittimo e soprattutto immorale. Questo stratagemma non è stato altro che un diversivo per distogliere l’opinione pubblica dai problemi seri del paese quali la mancanza di sicurezza, la corruzione, l’inflazione. Mai in un governo liberale si vedrebbe un referendum attraverso cui la gente voti per l’eliminazione o l’approvazione dei diritti umani e delle libertà civili. Per noi liberali i diritti individuali non si negoziano o si discutono: si difendono! La riforma serviva semplicemente a legittimare quello che di fatto avviene da tempo nel paese. Comunque, anche se può sembrare folle, paradossalmente la vittoria del no è stata la cosa peggiore che potesse succedere.
In Occidente molta gente crede che Chavez sia un eroico baluardo contro la supposta “arroganza” americana e pochi si preoccupano della mancanza di democrazia in Venezuela. Qual è l’attuale situazione nel suo paese?E’ la vecchia storia di Davide contro Golia. Il populismo si fonda sul fatto che la gente solidarizza sempre con il più debole, con il Davide di turno. Ovviamente per farti passare da debole devi cercare un forte o un capro espiatorio, e i socialisti l’hanno sempre trovato nel capitalismo e nell’impero americano. E’ il solito stratagemma del socialismo vecchio stile. Molte volte, durante un mondiale di calcio, abbiamo sperato che il Camerun battesse il Brasile.
Si potrebbe parlare anche di una sindrome di Robin Hood: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Solo che in questo caso si ruba al popolo intero per dare le briciole ai poveri che non avendo nulla vendono facilmente la loro fedeltà. Ma la fetta più grande di questo furto colossale se la prende l’élite burocratica del regime, che vive nel lusso e sfrutta il capitalismo a proprio vantaggio. Tutto questo somiglia molto anche alla figura dell’angelo vendicatore. Chavez impersona un angelo che per diritto divino è arrivato al potere e vengono accettati tutti i suoi abusi perché deve vendicare la disgrazia dei poveri (creati dallo stesso sistema socialista) contro i ricchi. Il povero, pur restando sempre nella stessa situazione di miseria ed emarginazione, si sente vendicato e risarcito dall’angelo e pensa: se io non posso stare bene, allora nemmeno il ricco. E’ per questo motivo che il socialismo provoca tutte queste passioni e comportamenti insani e riesce a mantenere il potere. Anche perché le trappole in cui cade molta gente sono frutto della penetrazione “sinistrorsa” in tutti gli ambiti: culturale, politico, economico, accademico, ecclesiastico, familiare. Questo modo di pensare è stato inculcato per secoli.
Come può fare opposizione il Movimento Democratico Liberale in un paese come il Venezuela, in cui non sono garantiti molti diritti fondamentali?Questa è la sfida che ci attende. Non stiamo affrontando solo una ideologia, bensì una cultura ideologica socialista che in Venezuela esiste dall’epoca della scoperta dell’America. Da allora è stato lo statalismo quello che ci ha sempre affondato. Facciamo una vera opposizione ideologica, promuoviamo l’uscita dal socialismo. Non esiste un socialismo buono (riformista) e uno cattivo (quello di Chavez). Il socialismo è uno solo ed è intrinsecamente autoritario, giacché colloca lo Stato al di sopra dell’individuo.
E’ vero, in Venezuela non viviamo in democrazia e non ci sono libertà politiche, economiche e civili, però questo processo non è cominciato con l’arrivo di Chavez. E’ anche colpa di quella che oggi si definisce opposizione, che è responsabile della scalata al potere di Hugo Chavez.
Noi esponenti della destra liberale abbiamo una forza importantissima che è la solidità ideologica, rappresentiamo tutto il contrario di ogni tipo di socialismo e stiamo spiegando alla gente che possiamo dare risposte migliori ai problemi del paese attraverso il sistema liberale della filosofia del “governo limitato”. Un governo limitato è limitato nelle sue funzioni (sicurezza, giustizia, infrastrutture, ordinamento) e anche nelle spese (basso livello di tassazione). Uno Stato piccolo ma efficiente, al contrario dello Stato sociale di sinistra che si occupa di tutto (musei, linee aeree, treni, banche, mezzi di comunicazioni, compagnie petrolifere, compagnie telefoniche, lotterie, ippodromi, casinò) diventando alla fine uno Stato invasivo, molto inefficiente, pieno di costi e leggi, con tasse asfissianti e corruzione endemica. In Italia, per esempio, c’è molto statalismo, anche quando vince la destra, perché lo Stato è troppo grande e si occupa di tutto, sprecando tempo e denaro. Ci sono altri partiti di opposizione? Che strategia hanno scelto per contrastare il regime di Chavez?In questo momento analizzare l’opposizione in Venezuela è qualcosa di complesso e persino bizzarro. E’ un po’ come se in Italia governasse Rifondazione Comunista e l’opposizione fosse il partito socialista. In Venezuela non esiste la destra: ci sono più di 770 partiti, nazionali e regionali, e questo perché il sistema corrotto ha bisogno di molti partiti per simulare una parvenza di pluralità. Ma in realtà i partiti non sono altro che strumenti per fabbricare elezioni. Possiamo tentare di classificare quindi una pseudoopposizione, poiché l’opposizione al socialismo non può essere un altro socialismo. La situazione è la seguente: esiste un’opposizione socialista di sinistra che continua a sostenere che il socialismo in Venezuela non è un male a prescindere e che da la colpa solo a Chavez e al suo entourage. Continuano a credere che la cacciata di Chavez possa avvenire in maniera democratica e pacifica e hanno accettato di convivere con il regime nella speranza di una fine naturale e pacifica dello stesso. Accettano tutto quello che il regime ordina e comanda. E’ una opposizione senza proposte alternative che si preoccupa solo di sopravvivere, un’opposizione collaborazionista che non ha proposte proprie e agisce solo secondo calcoli elettorali. Non è un’opposizione vera perché è socialista come il regime, con pochissime differenze. Possiamo parlare di un gruppo di dissidenti, non di oppositori.
Esiste un’altra opposizione nascente, formata da organizzazioni della società civile, non sottomessa alle istituzioni controllate dal regime. In futuro si potrebbe trasformare in un blocco di destra, all’interno del quale si propone il cambio di un sistema che ha affossato per secoli il Venezuela ed è stato la causa dell’avvento della tragedia attuale che stiamo vivendo. Abbiamo proposte radicalmente diverse e antagoniste rispetto al socialismo al potere e alla pseudo-opposizione.
Avete appoggi internazionali? Ci sono partiti americni o europei che si preoccupano della vostra situazione?L’anno scorso abbiamo creato la Conferenza Liberale Ispanoamericana, che raggruppa partiti e movimenti vicini al liberalismo classico. Abbiamo anche partecipato alla riunione della Rete Liberale dell’America latina (Relial), che è una sezione latinoamericana dell’Internazionale liberale e che collabora con il nostro movimento offrendoci corsi di formazione strategico-politica. Inoltre abbiamo rapporti molto stretti con organizzazioni e personalità politiche liberali in America centrale (Toni Saca, presidente liberale in El Salvador o Eduardo Monte Alegre, il principale oppositore di Ortega in Nicaragua).
L’Istituto repubblicano (che fa parte del Partito repubblicano americano) non ci può aiutare direttametne perché non siamo un partito politico, però lo fa indirettamentre attraverso convegni e forum, ai quali partecipo spiegando la nostra impostazione ideologica affinché la gente capisca cosa significa essere di destra o di sinistra, essere liberaldemocratici o socialdemocratici o democristiani. Tutto ciò con l’obiettivo di fornire alla gente gli strumenti per evitare di essere ingannata o manipolata dai politicanti e dal populismo demagogico, decidendo in piena coscienza chi appoggiare.
Abbiamo anche l’appoggio dei partiti più importanti della destra cilena (Renovacion Nacional y la Union Democrata Independiente) e in Italia l’anno scorso abbiamo avuto contatti con deputati del parlamento italiano (Dario Rivolta di Forza Italia e Marco Zacchera di Alleanza nazionale) per organizzare la destra italiana in Venezuela in vista delle elezioni politiche del 2006. Voglio precisare, a proposito, che in Venezuela, e in molti paesi del centro America, il centrodestra italiano ha vinto le ultime elezioni del 2006, e se non consideriamo la lista degli argentini di Pallaro lo stesso vale anche per l’intero Sud America.
Cosa potrebbe fare la comunità internazionale per aiutare il Venezuale a tornare a essere un paese democratico?A me sembra che la crociata che sta portando avanti l’ex premier spagnolo José Maria Aznar sia degna di tutti gli onori. Mi piacerebbe vedere Sarkozy o Berlusconi sulla stessa lunghezza d’onda, fustigando tutti i regimi dittatoriali del nostro continente. I governi italiani, di destra o di sinistra, devono volgere lo sguardo verso l’America Latina. In Italia i notiziari sono totalmente rivolti a Oriente: è più importante un italiano che muore in India piuttosto che trentadue italiani morti in Venezuela a causa della delinquenza e della criminalità. Hanno inviato contingenti militari in Afghanistan e in Iraq, invece di destinare lo stesso aiuto al Venezuela, poiché nel nostro paese sono stati assassinati più cittadini italiani che nelle due guerre. In più, basta che sequestrino un cittadino italiano in Iraq o in Afghanistan e tutta l’opinione pubblica e i servizi di intelligence si mobilitano con risorse gigantesche per salvarlo; però qui in Venezuela la comunità italiana è presa di mira da sequestri per mano di ogni tipo di banditi, delinquenti e guerriglieri. Questa differenza di trattamento è ingiusta.
E poi, se un governo è autoritario, però di sinistra, non è tanto grave come quando un governo autoritario è militare e combatte la sinistra e i gruppi di guerriglia. Quando succede questo, tutte le ong si mobilitano, però se è un regime autoritario di sinistra non si muovono, né si interessano. Credo che molti giovani e leader politici stiano comprendendo questa situazione, questa doppia morale. La comunità internazionale deve essere onesta nei confronti dell’autoritarismo. I regimi totalitari più sanguinari e crudeli e che sono più difficili da scalzare dal potere sono di sinistra, e sono quelli che godono di maggior compiacenza e indifferenza. Questa situazione provoca molta rabbia e senso impotenza nei cittadini di tutto il mondo.
Il Venezuela è un importante produttore di petrolio. Crede che Chavez utilizzerà in futuro questa carta per condizionare Stati Uniti ed Europa?Questo è un grande mito: innanzitutto perché il Venezuela ha diminuito fortemente la sua produzione a causa della mancata realizzazione degli investimenti necessari allo scopo. L’industria petrolifera è stata nazionalizzata e in questo modo si limitano moltissimo gli investimenti che permettano di produrre di più e meglio (come avverrebbe, invece, in un sistema liberale). Produrre di più e meglio con un sistema competitivo è l’unico modo per garantire la diminuzione dei prezzi e la crescita della qualità. Dall’altra parte, gli Stati Uniti non cambieranno di certo se il Venezuela smetterà di vendergli il petrolio perché è da lì che provengono i fondi per la Rivoluzione chavista e l’esportazione della stessa negli altri paesi del continente. A parte il caso americano, il petrolio venezuelano viene spesso “regalato”. Posso dire, ad esempio, che il governo italiano, come molti governi europei e latinoamericani, sta approfittando del “festino” petrolifero di Chavez anche a causa di una certa amicizia ideologica.
Se l’Italia ottiene il petrolio a un prezzo più economico di quello di mercato e il prezzo della benzina aumenta nel vostro paese, chi ci guadagna è lo Stato italiano perché la differenza va ad alimentare l’inefficiente burocrazia italiana, incrementando la corruzione e le spese inutili, che pagano gli italiani con le tasse. Molti paesi, per esempio la Spagna, tollerano le impertinenze di Chavez solo perché gli sta regalando il petrolio. Alla fine, gli Stati Uniti non dipenderanno più da un’unica fonte di energia e il petrolio già non è più una variabile così fondamentale rispetto a quanto lo era trenta o quarant’anni fa.
Chavez, Castro, Morales. I tre leader latinoamericani potrebbero rappresentare un problema per la stabilità della regione?L’unico che ha sempre rappresentato una minaccia e un problema ed è stato un elemento di destabilizzazione è stato Fidel Castro. Il suo regime cubano, esportando una supposta rivoluzione, è stato la causa di milioni di morti e di una grande quantità di guerre civili, non solo nel nostro Continente ma anche in Africa e in Medio Oriente. Ad esempio in Cile con Salvador Allende, in Perù con Sendero Luminoso, in Colombia con la guerriglia delle Farc, il narcotraffico, l’industria dei sequestri e la criminalità che finanzia la penetrazione comunista e riempie di piaghe sociali la regione. Tutte strategie prefissate nel Forum di San Paolo, in Brasile.
Il regime venezuelano ha stabilito rapporti pericolosi con terroristi (gruppi nazionalisti e socialisti islamici) e narcotrafficanti (Farc colombiane), per cui credo che queste possano essere le ragioni per le quali a un certo punto gli Stati Uniti potrebbero intervenire, non certo per il petrolio. I temi del terrorismo, delle armi nucleari (basti pensare all’Iran) e del narcotraffico sono estremamente sensibili per l’Occidente. Sono quasi sicuro che il prossimo presidente americano sarà un Repubblicano e la politica continuerà ad essere uguale o addirittura più dura di quella che abbiamo visto fino ad oggi.
Il caso cubano è il modello, è l’unico che è riuscito a mantenersi al potere per quasi cinquant’anni. E curiosamente, nonostante tutto, è la dittatura maggiormente tollerata dalla comunità internazionale. Questo vuol dire che solo i socialisti possono instaurare dittature, solo a loro è permessa una cosa del genere. Tutto questo ci fa capire anche che Chavez non si è inventato niente di nuovo. Anzi, non è nemmeno un vero leader ma solo una piccola parte di questo asse che vuole costruire in America Latina l’Ursl (Unione delle Repubbliche Socialiste Latinoamericane), una specie di Urss. E’ un’impresa difficile, ma non impossibile. E i signori che guidano la dittatura cubana ci stanno provando.
L’opposizione a Cuba è sempre stata anticastrista, mai antisocialista. E il risultato sono cinquant’anni di potere. In Venezuela stiamo cadendo nello stesso sbaglio: l’opposizione è antichavista però socialista. Noi della destra liberale stiamo spiegando in tutto il paese che dobbiamo evitare di cadere in questo equivoco. Ma se in Sud America le cose vanno in questo modo, in America centrale la situazione è diversa. Ci sono governi liberali, come quello di Toni Saca in El Salvador, e forti raggruppamenti liberali in Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Guatemala.


Ora ascoltiamo cos'ha da dire un altro social comunista miliardario 'Maradona', quello che deve all'Italia milioni di euro, che ha speso capitali in droga e che si è completamente disinteressato di suo figlio naturale italiano. Il perfetto cafone insomma. Speriamo che oltre al tatuaggio di Chavez si faccia anche quello dei dittatori rumeni e slavi che hanno lasciato traccia di sé.
Ai mondiali di Calcio 90 ballava nudo il merengue con Caniggia dopo aver battuto il Brasile, tutto questo negli spogliatoi dello Stadio delle Alpi a Torino, dove io ero stato incaricato di essere il suo assistenze durante le conferenze stampa. DI tutto e di più negli spogliatoi! Se c'è da ascoltare uno come questo...apriti cielo.


Maradona vuole un tatuaggio di Chavez
giovedì, 13 dicembre 2007 2.27

BUENOS AIRES (Reuters) - Il calciatore argentino Diego Maradona vuole aggiungere un'immagine del presidente venezuelano Hugo Chavez alla sua ben nota collezione di tatuaggi di leader di sinistra.
"Mi piacerebbe un qualche tipo di tatuaggio di Chavez, davvero", ha detto Maradona ai reporter ieri prima dell'inizio di una partita di calcio.
Maradona ha un tatuaggio del rivoluzionario Ernesto "Che" Guevara sulla spalla destra e uno del leader cubano Fidel Castro sulla gamba sinistra.
Maradona ha vissuto diversi anni a Cuba durante la disintossicazione. Lì è diventato amico di Fidel Castro, che è alleato di Chavez.


14/12/07

La democrazia di Chavez è sempre più una chimera


Simpatizzanti del governo aggrediscono l'arcivescovo di Caracas perchè anche lui, come tutte le persone che credono nella democrazia, non condivide il pensiero del dittatore Chavez.

Una vergogna, ma cosa c'era da aspettarsi da chi acclama Chavez?

E' questo che intendono per 'socialismo'? Credo che sia sempre più urgente che qualcuno insegni, cominciando da Hugo Chavez, cosa sia il socialismo.

12/12/07

Los periodicos venezolanos sin papel / i giornali venezuelani senza carta


Necesitamos elecciones ya... necesitamos que Chavez se vaya porque està acabando con nuestro paìs.

CARACAS.- El fantasma del abastecimiento que azota al "socialismo petrolero" del presidente Hugo Chavez tiene una nueva vìctima: los periòdicos. De momento, la escasez de papel sòlo afecta a algunos medios crìticos con el Gobierno, principalmente peque' los diarios de provincias, que han denunciado un sucesivo estrangulamiento por parte del organismo de control de divisas.
El director del 'Correo del Caronì­', David Natera, -el más importante del estado de Bolì­var- dijo que su periòdico no se difundirà este miércoles por dificultades para obtener papel.
"Esperamos que no se siga entorpeciendo la salida del periòdico, porque deberÃàan otorgarle los dòlares a nuestro proveedor para que nos pueda entregar el papel; si no saldremos de cualquier otra forma", dijo este martes Natera, ante los problemas para obtener dòlares para importar papel.
Natera, quién también preside el Bloque de la Prensa Venezolano -que agrupa a unos 40 periòdicos criticosos” acusò directamente al Ejecutivo bolivariano de emplear el control de cambios de una manera arbitraria.
"Casi todos los periòdicos que integran el bloque de prensa tienen 'stock' para aguantar entre 20 y 30 ì­as màs. La mayorì­a de ellos han optado por reducir su número de pàginas, porque Cadivi organismo de control de divisas- presenta retrasos de hasta seis meses en la entrega de dòares", puntualizò.
El caso del 'Correo del Caronì no es elùnico, aunque sèa el màs dramàtico. Por lo menos diez importantes medios regionales, desde la 'Frontera' (estado andino de Mérida), 'El Carabobeno' (estado de Carabobo, tercero màs poblado de Venezuela) hasta 'El Impulso' (estado Lara), entre otros, sólo tienen papel para las pròximas semanas.
En este sentido, la asociación Reporteros Sin Fronteras (RSF), con sede en París, se solidarizó este martes con los periódicos venezolanos por su delicada situaciòn. "Esperamos que el control cambiario no se haya convertido en un medio para penalizar a algunas publicaciones por su línea editorial, como ocurre con la concesiòn de la publicidad oficial", dijo RSF en un comunicado.
Miguel Enrique Otero, presidente y editor del periòdico 'El Nacional' “el màs antiguo del paì­s- explicò que "hay un problema generalizado entre algunos periòdicos porque no obtienen dòlares para comprar insumos". Otero recordò que también se persigue a la prensa crìtica mediante otras prácticas, como utilizar la publicidad oficial para favorecer a los medios gubernamentales o a los que se han subordinado a la voluntad del Ejecutivo.
El paroxismo del desabastecimiento y la falta de insumos en Venezuela llegò hasta el surrealismo durante esta semana, cuando el ministro de Alimentaciòn, Rafael Oropeza, alertò sobre la escasez de papel higiénico, que en los ùtimos dì­as ha estado ausente de los estantes.
La leche, los huevos o el pollo, entre otros alimentos, también desaparecieron de los supermercados venezolanos desde hace varios meses. Y sòlo se consiguen después de un madrugòn, y armarse de paciencia en una fila de dos horas.
Insomma Chavez per combattere chi lo critica fa sparire la carta in modo che i pochissimi giornali del paese, rimasti ancora, magari nelle province, non possano parlare e rendere pubblica la sua dittatura.
Abbiamo bisogno di elezioni in Venezuela, abbiamo bisogno che questo 'pazzo scatenato' lasci il comando del paese. Glielo affidiamo, con tutto il cuore, a Bertinotti che lo definisce 'fratello'. Meditate gente...meditate.

11/12/07

Diffidate gente..diffidate


Come si fa a definire fratello un volgare razzista con complessi di superiorità e smanie da dittatore? Vorrei vedere se dovesse governare l'Italia cosa ne penserebbero tutti quelli che osannano la sua dittatura.

Il Venezuela antisemita di Chavezdi di DIMITRI BUFFA

Fausto Bertinotti ha spesso definito in pubbliche dichiarazioni il presidente venezuelano Hugo Chavez come “mio fratello”. Ecco da oggi Bertinotti deve sapere che ha un fratello accusato di incoraggiare l’antisemitismo. Anzi di usarlo in chiave di ricerca del consenso nel Venezuela e di giocarlo in chiave di diplomazia internazionale per rafforzare la propria sconcia alleanza economico politica con l’Iran di Mahmoud Ahmadienjad. Che invece è un antisemita dichiarato. L’Anti Defamation League (Adl) di Abraham Foxman ha recentemente pubblicato sul proprio sito internet un nutrito dossier di episodi di antisemitismo contro la locale comunità ebraica di Caracas. L’ultimo oltraggio risale allo scorso 1 dicembre, alla vigilia del referendum istituzionale indetto (e poi perso) da Chavez per tentare di cambiare la Costituzione. Ebbene all’alba di quel giorno il club “La Hebraica” è stato perquisito come se fosse stato un covo di terroristi e narco-trafficanti con un mandato che faceva riferimento ad armi e droga. E’ stato devastato dai poliziotti, più che perquisito, ma, inutile a dirlo, della droga cercata e delle armi nemmeno traccia. Strano che Chavez, amico da sempre dei narco-trafficanti delle Farc, cerchi la cocaina in un circolo culturale ebraico, si sono detti sarcasticamente alcuni osservatori esterni e interni al Venezuela. Che da anni criticano il fatto che il paese sia diventato in realtà il secondo paradiso dei narcos a ridosso della Colombia, dopo la scelta di Chavez di allearsi anche con le Farc nel quadro del famigerato Foro di Sao Paulo. Il dossier della Adl sugli episodi di odio anti ebraico in Venezuela è diviso in nove sezioni, tra cui: Hugo Chavez che supporta l’islam fanatico, Hugo Chavez nelle sue stesse parole, dichiarazioni di istituzioni governative, antisemitismo nei media vicini al governo, dimostrazioni antisemite e vandalismo, gli alleati di Chavez, gli hezbollah in America Latina. A Chavez viene contestato il fatto di aver favorito la diffusione dell’Islam più fanatico tra le tribù povere degli indios, dove già si vedono imam e burqa da anni, e che abbia fatto del Venezuela un porto sicuro per terroristi islamici rifugiati all’estero. Nutritissimo il florilegio delle dichiarazioni antisemite di Chavez durante alcuni viaggi all’estero, tra cui quello in Cina nell’agosto 2006, quando esplicitamente paragonò Israele a Hitler e ai nazisti. Per non parlare di quando, il 30 luglio 2006, in visita ufficiale nell’Iran di Ahmadinejad, parlò di Israele fascista e terrorista e di “un demone che hanno dentro” le persone che vivono in Israele. Poi c’è tutto il capitolo dei giornali sponsorizzati dal governo in cui la campagna antisemita ha assunto accenti più espliciti contro gli ebrei. Basterebbe ricordare la copertina incredibile di “Docencia participativa”, il mensile pedagogico di Chavez per le scuole e le università a Caracas: una bella stella di Davide con dentro circoscritta la svastica nazista e la frase in spagnolo “Nazis siglo XX, Judios siglo XXI, Nuremberg”. Non si contano episodi di violenza veri e propri, di solito ignorati dalla polizia. Aggressioni a esponenti della comunità ebraica venezuelana, profanazione di Sinagoghe e cimiteri. Chavez non si è fatto mancare nulla. E da oggi il suo “fratello” Fausto Bertinotti non faccia finta di non conoscere l’entità delle colpe e dei crimini del “caudillo” di Caracas. E se vuole continuare a chiamarlo “mio fratello”, almeno non dica poi di sentirsi ebreo e di essere amico degli ebrei nel mondo. Alcuni di loro potrebbero rivoltarsi nella tomba.
L'opinione delle libertà

08/12/07

Acqua sul fuoco

Troppo spaccone e complessi di superiorità questo strampalato guerrero, Chavez, ignorante e rozzo che credeva di poter dominare il mondo, proprio lui che l'ha tanto con l'imperialismo. Occorre allontanarlo dalla scena politica perchè è veramente dannoso.
Scritto da Lorenzo Serva
Da domenica scorsa, questa è la frase più ricorrente per le vie di Caracas. Per la prima volta dal 1998, l’impostazione socialista che il colonnello ha dato alla sua politica ha mostrato una crepa vistosa, tanto più preoccupante quanto inattesa.
Cosa sta succedendo dunque al Venezuela, che sembrava essere diventato l’esperimento più avanzato di populismo socialista del XXI secolo? E perché il comandante, abituato a condurre dalle quattro alle otto ore di diretta sulle reti di stato come fosse una striscia quotidiana, ha avuto un calo di popolarità tanto evidente?
Difficile a dirsi in maniera definitiva ma qualche ipotesi proveremo a farla. Il punto è che le cause sono molteplici, e i dietrologi professionisti hanno tirato fuori teorie davvero strampalate per raccordarle. Chi diceva che la vittoria del presidente sarebbe stata schiacciante come nelle precedenti tornate elettorali aveva parlato di elezioni – farsa; visto l’esito, c’è chi parla ancora di elezioni – farsa, ma in questo caso pilotate per simulare una parvenza di democrazia in un regime che sta riducendo via via gli spazi delle libertà personali. Di sicuro c’è solo il dato inoppugnabile della bassa affluenza alle urne; ha votato solo il 55% dei venezuelani, e il fronte del no l’ha spuntata per una manciata di voti. Con un fair – play fin qui gelosamente tenuto nascosto, Chavez si è complimentato con l’opposizione e ha addirittura ammesso di aver tentato un passo molto audace. Troppo audace, alla luce dei risultati. E in effetti, il pacchetto di riforme costituzionali – tra l’altro - aboliva ogni limite al numero di mandati per lo stesso presidente, riportava la Banca Centrale alle dirette dipendenze del capo di stato e prospettava la rinascita di forme di economia su base statale o addirittura comunale.
A quanto pare, la popolazione venezuelana – con un occhio rivolto a Cuba, l’altro a Miami – ha ritenuto eccessiva la concentrazione dei poteri nelle mani dell’erede spirituale del lìder maximo. Forse hanno pesato le dichiarazioni ricorrenti sull’urgenza dell’attuazione del progetto panamericano. Ma da sole, queste non spiegano una lacuna di voti che lo stesso Hugo Chavez ha quantificato in circa tre milioni. Più probabile che la debacle sia riconducibile alle nuove leve dell’opposizione, che per la prima volta hanno trovato un accordo pre – elettorale. Così, lo stesso invito a votare “No” è venuto anche dall’ex moglie del colonnello e da uno dei suoi uomini di fiducia, attualmente ministro della Difesa, a cui si sono uniti gli studenti dei movimenti universitari. E lo zoccolo duro del presidente, la fasce più povere della popolazione, non se la sono sentite di compiere il grande passo. Resta ora da capire se per il Venezuela si sia aperta una nuova stagione, o se il sogno di Chavez dovrà solo aspettare ancora qualche mese.

07/12/07

Cacciamo il pagliaccio







E' ora che questo maledetto dittatore lasci respirare il paese, stiamo precipitando nel vuoto.


La svolta in Sudamerica
di Daniele Martino - 6 dicembre 2007
La sconfitta del presidente venezuelano Hugo Chávez sulla riforma costituzionale rappresenta un punto di svolta nella politica latino-americana. Il risultato maggiormente evidente è che Chávez non gode più del consenso totale delle fasce più basse della popolazione venezuelana, gli abitanti dei barrios e delle immense pianure amazzoniche. Ma la sconfitta di domenica è dovuta anche al sempre maggiore isolamento internazionale del «presidente maximo»; il cavallo di battaglia del «socialismo reale del XXI secolo» non riscuote più i diffusi entusiasmi degli anni passati, relegando il Venezuela in una posizione defilata nello scacchiere geopolitico dell'America Latina. I due giganti del Sudamerica, Argentina e Brasile, si sono allontanati da Caracas nell'ultimo anno, in seguito all'intransigenza di Chávez nei confronti degli Stati Uniti; a Buenos Aires il presidente Kirchner, e ora la moglie Cristina, hanno riaperto un dialogo costruttivo con Washington, sintetizzabile in due punti fermi: la rinegoziazione del debito che l'Argentina ha verso gli Usa e, contemporaneamente, lo sblocco di risorse da parte del Fondo Monetario Internazionale per sviluppare l'economia del Paese. Anche il Brasile di Lula ha preso le distanze da Chávez: la grande «amicizia nel socialismo» che i due presidenti proclamarono a Fortaleza nell'aprile 2006 ha perso smalto per le forzature sovietiche che il presidente venezuelano intende adottare nella gestione dell'economia; viceversa tra Stati Uniti e Brasile si è instaurata un'alleanza strategica duratura, che ha i suoi perni nella cooperazione energetica e commerciale.
Ma il colpo più forte subìto dal Venezuela di Chávez è stata la crisi diplomatica con Spagna e Colombia; il «¿Por que no te callas?» del re Juan Carlos al presidente venezuelano è stato il culmine di una crisi latente tra Madrid e Caracas. Se i rapporti con Josè Maria Aznar sono sempre stati pessimi, altrettanto non si può dire della «convergencia socialista» degli anni passati tra Zapatero e Chávez; tuttavia i rapporti tra i due Stati si sono incrinati dopo la vendita, avvenuta lo scorso maggio, di 18 caccia di fabbricazione spagnola alla Colombia, con il Venezuela che ha interpretato la trattativa commerciale delle imprese spagnole come un tradimento dell'alleanza tra Madrid e Caracas. Ciò ha prodotto tensioni diplomatiche che hanno provocato la fine del rapporto privilegiato Zapatero-Chávez ed hanno determinato le accuse di quest'ultimo alla Spagna al vertice latino-americano di Santiago.
La recente crisi diplomatica che ha contrapposto il Venezuela alla Colombia è stata invece la più rilevante in termini di popolarità interna, anche se non si è trattato del primo punto di contrasto tra i due Stati. La Colombia, storica alleata degli Stati Uniti in Sudamerica, ha infatti sempre avversato la politica di Chávez; inoltre Bogotá accusa da tempo Caracas di ospitare al proprio interno le basi della guerriglia comunista antigovernativa. Ma la tensione recente è stata determinata dalle accuse di doppio gioco rivolte da Chávez nei confronti del presidente colombiano, Àlvaro Uribe Velez, in merito al rapimento di Ingrid Betancourt, la candidata alla presidenza colombiana da anni in ostaggio; secondo Chávez, infatti, Uribe Velez non vorrebbe libera la Betancourt. Una fine positiva della vicenda Betancourt, che si ritiene sia tenuta in ostaggio nel Venezuela occidentale, avrebbe significato un colpo d'immagine notevole al presidente venezuelano. Tuttavia le accuse di Chávez hanno provocato lo sdegno di Uribe Velez e soprattutto dei cinque milioni di colombiani con cittadinanza venezuelana che vivono in Venezuela: il risultato è stato il voto contrario dei colombiani alla riforma costituzionale, che si sono uniti al fronte di opposizione anti-Chávez costituito dalla parte più vitale ed emancipata del Paese, vale a dire la Chiesa Cattolica, la borghesia, gli studenti e i professori universitari. Infatti i colombiani residenti in Venezuela sono (o, meglio, erano) sempre stati pro-Chávez, anche perché molti di essi sono esuli in Venezuela per motivi politici.
La sconfitta di Chávez sul referendum costituzionale è stata determinata dai gravi errori del presidente venezuelano in politica interna e internazionale. Ora, infatti, gli unici alleati del Venezuela all'estero rimangono Cuba, che continua ad assicurare «sostegno ideologico» a Caracas, e la Bolivia del «socialismo indigeno» di Evo Morales. Insomma, il Venezuela è sempre più isolato; e Hugo Chávez è sempre più solo.
Daniele Martino


A proposito dell'articolo di Carotenuto che non dice tutta la verità






CACCIATELO A QUESTO MOSTRO!





04/12/07

La disfatta di Chavez

Da 'Corriere della sera .it' ecco un esempio di chi non ha le fette di salame davanti agli occhi e chi non nasconde il sole con un dito.

di Sergio Romano
Il referendum fallito di Hugo Chávez è più di una battaglia perduta. Il presidente venezuelano ha ambizioni continentali e internazionali. Non è soltanto un caudillo nazional-populista, nello stile di altri leader che hanno conquistato il potere in America Latina. È convinto di essere un modello per il continente e di potere recitare sulla scena mondiale un ruolo «anti-imperialista» simile a quello che Fidel Castro ebbe per qualche decennio. I suoi viaggi a Cuba non sono soltanto manifestazioni di amicizia per l’amico malato. Sono pellegrinaggi destinati a creare la convinzione che il colonnello paracadutista sarà, con altro stile e altri mezzi, l’erede, il successore, l’esecutore testamentario del «líder máximo». Il «socialismo bolivariano» è una categoria ideologica imprecisa, priva di qualsiasi rigore scientifico, farcita di affermazioni retoriche e dichiarazioni roboanti. Ma ha il pregio di essere la versione indigena delle ideologie europee, di stare al marxismo come la santeria e altri culti nativi del continente stanno al cristianesimo. Le bordate contro gli Stati Uniti hanno assicurato a Chávez la simpatia di larghi settori del continente latino-americano. Le promesse e i benefici sociali hanno conquistato la piccola borghesia, i campesinos, i miserabili delle favelas, di una parte della funzione pubblica e i quadri inferiori delle forze armate.
La modifica della costituzione avrebbe rafforzato i poteri presidenziali, gli avrebbe permesso di restare indefinitamente al vertice dello Stato e, soprattutto, lo avrebbe reso indipendente dal fattore che ha maggiormente contribuito al suo successo: il vertiginoso aumento del prezzo del petrolio.
Avremmo assistito nei prossimi mesi alla nascita di uno Stato nuovo, assemblato, come certi sincretismi religiosi, con alcuni degli ingredienti che hanno caratterizzato i regimi autoritari e totalitari del Ventesimo secolo: controllo dei mezzi d’informazione e degli altri poteri istituzionali, fra cui quello della Banca centrale, eliminazione o asservimento dei partiti politici, dirigismo economico, educazione «civica » della gioventù, culto della personalità, liturgie di regime.
È probabile che Chávez non abbia rinunciato alle sue speranze. Accetta l’esito delle urne, ma spiega il voto sostenendo che l’opinione pubblica è stata influenzata da una forte campagna internazionale, ovviamente americana, e che Fidel Castro lo aveva ammonito. Non si dichiara vinto e aggiunge che l’alta percentuale dei sì (circa il 49%) è comunque un importante «passo politico». Vi saranno altre prove di forza, quindi. Ma Chávez non ha osato contestare il risultato delle urne (come il perdente usa fare, ormai, in tutto il mondo). Il fallimento della riforma costituzionale dimostra l’esistenza in Venezuela di una opposizione che può ostacolare i programmi del presidente e, forse, sbarrare la strada al suo grande disegno.
Lo smacco subito domenica scorsa avrà parecchie ripercussioni, soprattutto in America Latina.
Molti leader hanno coltivato l’amicizia di Chávez soprattutto per due ragioni. La sua generosità petrolifera e finanziaria si è dimostrata provvidenziale per i Paesi in gravi difficoltà, come l’Argentina di Nestor Kirchner, la Bolivia di Evo Morales, la Cuba di Fidel Castro. E il suo ruolo di paladino anti-Usa, soprattutto dopo l’elezione di Bush alla Casa Bianca, ha risvegliato gli spiriti nazionalisti del continente latino-americano. Ma è difficile immaginare che Luiz da Silva in Brasile, Cristina Fernandez de Kirchner in Argentina, Michelle Bachelet in Cile, Tabaré Vazquez in Uruguay e Alan Garcia Pérez in Perù siano oggi disposti a tollerare con la pazienza di ieri gli umori e le sortite ideologiche del colonnello paracadutista di Caracas. Ed è probabile d’altro canto che altri Paesi, dall’Iran alla Cina, tratteranno il Venezuela, d’ora in poi, come un utile partner commerciale, e non più come un lontano cugino ideologico. Esiste ancora un fenomeno Chávez, ma il «modello» è più pallido, meno smagliante e attraente per gli amici, meno minaccioso per i nemici.

Venezuela libre



Helena Sanchez de Caracas dice:
“ mintieron diciendo que la diferencia es poca. Lo que pasa es que escondieron muchos votos. Dieron la noticia a las 2 de la mañana porque querían hacer trampa, como siempre. Cuando vieron que los votos eran demasiados tuvieron que decirlo”.

Venezuela necesita serenidad y libertad, no más palabras y locos que quieren acabar con nuestro pais, los locos tienen que ser curados y no pueden decidir del futuro del pais. No podemos seguir soportando a ese chiflado, necesitamos votar ya.
CdF
Ha perso due volte il dittatore, la maggioranza gli ha detto 'NO' e i suoi l'hanno tradito non andando nemmeno a votare, nonostante abbia svegliato la gente di notte con musica e fracasso per le strade, era convinto di vincere. La sua dittatura comincia a sfasciarsi. Togliti dai piedi Chavez, fai respirare il nostro paese.

03/12/07

Chavez perde e si traveste


Il popolo venezuelano esulta, il dittatore ha incassato una bella sconfitta, ha vinto il no. Per tutta la giornata ci ha fatto credere che stava vincendo alla grande in modo da influenzare il voto di chi doveva ancora votare.Chissà cosa gli passi per la testa pazza che si ritrova. Comunque la sconfitta è stata alta ma lui, ancora una volta cerca la consolazione e dice di aver perso per poco. Tutte balle, come lui! Speriamo che ora succeda qualcosa e che questo despota lasci respirare il paese, allontanandosi per sempre!