11/22/07

Venezuela saudita




Chavez, il balsamo e le ferite del populismo
Caudillo militar-nazionalista, «petro-jihadista», reincarnazione di Peròn, tiranno marxista-leninista, un Che Guevara pacifista e vindice dei poveri, capo di una satrapia corrotta grazie alle rendite de La Petroleos de Venezuela. L'identità del presidente del Venezuela, Hugo Chavez Frias, è un'ossessione per chi lo detesta, lo ama o ne è stato deluso. Per la Chiesa di Caracas come per i commilitoni del Corriere della Sera si tratta di una vecchia storia. Sotto nuove vesti, nel «Venezuela saudita» sarebbe tornato lo spettro del dispotismo «socialista». Allarme e inquietudine sono doverose. Il ventilato progetto di riforma costituzionale (col mandato vitalizio, fino al 2018, al presidente in carica, la contrapposizione tra assemblee «popolari» e organi parlamentari, ecc...) distilla un acre aroma di centralismo. Forte la seduzione per il partito unico. I consiglieri di Castro, di casa nei palazzi di Miraflores, glielo suggerirono sin dal 2001. Non si stenta crederlo. Ma anche i critici di Chavez, dalle colonne de El Nacional, non possono passare sotto silenzio che nel Paese esiste la libertà di stampa (anche dell'opposizione). Non ci sono prigionieri politici, e si vota in maniera regolare.
Il tenente colonnello mulatto, dopo il fallimento del golpe che nel nel 1992 contribuì a guidare dando l'assalto alla residenza presidenziale, ha vinto tutte le consultazioni con oltre il 60% dei voti, compreso il referendum revocatorio promosso dai suoi avversari per disarcionarlo. Tra i testimoni della legalità delle procedure ci fu l'ex inquilino della Casa Bianca Carter, alla testa della commissione di osservatori internazionali incaricati di monitorare l'evento. E' fuori dubbio, comunque, che Chavez non abbia nulla a che spartire con i sistemi politici e le regole del gioco della democrazia liberale. Basti pensare al decreto emanato subito dopo l'insediamento come presidente per cortocircuitare, via referendum, il parlamento (dove Chavez poteva contare solo sul 20% dei deputati) attraverso l'elezione di un'assemblea costituente. Avrà dalla sua il 95% degli eletti, ma il plebiscito non attenua il colpo inferto alle regole istituzionali della rappresentanza. I programmi educativi non mancano di una valenza pedagogica, cioè sono anche veicoli di indottrinamento. Alla cubana. La stessa creazione dei Circoli bolivariani, finanziata con risorse pubbliche, serve a introdurre strutture di controllo politico nel corpo sociale. E suona molto caudillista e poco democratica la militarizzazione degli spazi una volta civili.
Ma la distanza dalle forme della democrazia politica non è un privilegio di Chavez. In America Latina, pur con grandi differenze da Paese a Paese, quelli della cultura liberaldemocratica sono modelli e valori declinanti. La chiave per capire la ripresa su scala continentale dei temi identitari, un'agitazione ostile agli Usa di prorompente euforia, un anti-imperialismo rovente e sdegnoso, a Caracas come a Rio de Janeiro o La Paz (dove si è insediato un capo di Stato di origine india, Evo Morales Aima) non può essere Tocqueville né Marx. Piuttosto il libertador Simon Bolivar. Sta montando, in suo nome, un nazionalismo rivoluzionario. Come ha scritto lo stesso Chavez, che se ne fa usbergo ossessivo (fino a dedicargli, il 15 novembre 1999, con il varo della nuova Costituzione, la Repubblica Bolivariana di Venezuela), ha dissolto «la frontiera tra sinistra e destra».
Chavez in Venezuela e Morales in Bolivia sono figli degli esiti disastrosi, se non del fallimento, del modello politico ed economico neo-liberista che negli anni Novanta l'America Latina perseguì con la disciplina e il fervore del primo della classe. A differenza della Gran Bretagna, il principio tatcheriano «There is no alternative» si è tradotto in quello che si vede nelle strade di Buenos Aires, las hoyas populares (alla lettera «il bollito popolare»), cioè la diffusione delle mense per chi ha un reddito minimo o non ce l'ha proprio. In 10 anni quelli sotto la soglia di povertà sono aumentati di 20 milioni. Nei rapporti di cooperazione internazionale si è passati dal sogno di creare un'area di libero mercato di 800 milioni di persone (dall'Alaska alla Terra del Fuoco), alla sindrome della sardina e il pescecane. La metafora, classicamente di sinistra, allude ai recenti trattati di libero scambio bilateralmente negoziati tra Usa e singoli Stati latino-americani.
Demagogia (ad alto tasso istrionico, anche grazie alle straordinarie capacità di comunicatore, con messaggi a reti unificate) e populismo aggressivo nell'autocrazia di Chavez? Certamente questo ufficiale golpista nel 1989, cospiratore (a vent'anni diede vita all'Esercito di liberazione del Popolo del Venezuela), nazionalista nemico delle oligarchie e degli Usa come di Pinochet, formatosi sui modelli di cambiamento sociale (del peruviano Alvarado e del panamense Torrijos) resta un campione dell'antipolitica. Ecco qualcuno dei suoi slogans: «Non sono comunista, ma non sono anticomunista». «Non sono di sinistra né di destra». «Sono bolivariano», ecc... Dopo avere commesso errori di infantilismo estremista nell'alienarsi il consenso del ceto medio, della Chiesa, di una parte del mondo imprenditoriale, dei sindacati e dei militari, si è allineato, senza demordere dal nepotismo presidenziale, all'opinione pubblica del suo Paese. Ogni volta che il mercato dell'oro nero flette gli elettori suonano la campane a morto contro la metastasi della corruzione del sistema bipartitico Dc-Socialdemocrazia. Ma le formule e gli schemi interpretativi appaiono deboli, se non ininfluenti, agli stessi oppositori di Chavez. E' il caso del fondatore del Movimento al Socialismo Teodoro Petkoff: «Le implicazioni negative del concetto di populismo non significano nulla per coloro che, immersi nella povertà e nella miseria, ricevono uno stipendio, sia pure modesto, però distribuito capillarmente, per alfabetizzarsi, studiare, imparare un mestiere: e questo è un elemento che merita attenzione,quando si programmano interventi sociali di emergenza».
In un recente, ampio volume redatto da due giornalisti del quotidiano di Caracas El Nacional, ostile al governo, alla domanda su quale sia la fonte del consenso di cui egli continua a godere, la risposta è la sguente: «Il legame affettivo e religioso ch'egli stabilisce con i settori popolari del Paese». Certamente la divisione nel giudizio su Chavez ha polarizzato le posizioni, ma «non ha diviso omogeneamente il Paese. Non c'è una linea divisoria tra ricchi e poveri, tra bianchi e neri». Sono i balsami del populismo. E' dubbio che possano curare le ferite gravi che, per accelerare la marcia a tappe forzate verso il «socialismo del XXI secolo», comporterà il controllo della Corte suprema di giustizia e del Consiglio nazionale elettorale. Una democrazia a rischio, dunque, quella venezuelana. Ma il ruolo e la figura di Chavez non possono essere ridotti ad una caricatura.
Salvatore Sechi
Eppure a Bertinotti piace tanto....

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